Il senso del tempo nel tempo moderno

In terapia si crea spesso una  sincronia per cui iniziano a circolare pensieri, stati d’animo e immagini che risuonano e si propagano, in un girotondo sempre più ampio e variegato.

Mi succedeva così nei quattro anni di terapia di gruppo, fatta con i miei colleghi prima e amici poi, nel periodo della scuola di specializzazione. 

Mi succede ancora oggi nelle ore di terapia: un paziente solleva una riflessione e questa, un pò come fosse un profumo, rimane lì nell’aria all’ora successiva e un altro la respira, e poi ancora…fino a diventare un pensiero che accoglie l’anima e la mente di tutti i viaggianti.

Questa settimana, ha risuonato forte il tema del tempo, sentito dai più giovani come un qualcosa che scorre velocissimo e ti frega, se non ti fai trovare pronto, svelto, lucido, all’altezza delle aspettative.

Nella mia testa, mentre faccio la spesa, saluto persone che aprono varie finestre nei miei ricordi, sventolano, come panni stesi ad asciugare, alcune di queste frasi.

-“Hai presente la pubblicità prima della musica su YouTube? Spesso inizia con una frase, pronunciata alla velocità della luce: devo dirti tutto nei prossimi 10 secondi. 

Ecco, a volte, quando incontro qualcuno che mi piace, sento proprio questo. Di dover dire tutto e tirare fuori la parte migliore di me in pochi attimi, perché poi chi mi sta di fronte se ne andrà, sarà magari attratto da un’altra foto, da una nuova storia di Instagram”-.

E ancora, mi viene in mente quando, con un altro giovane paziente, abbiamo dato spazio alla paura che un messaggio vocale, arrivato veloce al suo destinatario, spogliato di occhi, mimica e un respiro che potesse fargli compagnia, attenuandone magari i toni, potesse aver messo una distanza insanabile.

Quegli occhi impauriti, durante la terapia, mi hanno detto ad un certo punto: -“Giulia non so se puoi capire, ma oggi è così: ci si gioca tutto in un attimo e con tanti, forse troppi strumenti…”-.

E’ vero. Realizzo che tutti i miei rapporti profondi sono nati, in effetti, corredati di contatto umano, cartaceo, oculare; insomma con una persona lì davanti con cui si litigava, ci si spiegava, ci si amava, ai ritmi che, più o meno, dettavamo noi.

Realizzo anche che la differenza tra me e questi giovani pazienti è soltanto di 15 anni. 

Che salto enorme, in così poco tempo, abbiamo fatto nel modo in cui si costruiscono i rapporti, si costruisce noi stessi!

Del resto, tra i miei figli ci sono solo 4 anni di differenza, eppure mi accorgo che la velocità dei tempi moderni rende sempre più difficile alle nuove generazioni farsi leggere un libro in santa pace, andare in bici senza pensare a cosa verrà dopo, leccare un gelato senza preoccuparsi di cosa si mangerà a cena.

Velocità, capacità di impiegare il cervello in molteplici attività contemporaneamente, dicono.

Anestesia emotiva, incapacità di “stare”, di farsi compagnia, di tollerare il poco buono e di sentire pienamente il buono, penso io.

E poi mi viene in mente l’estate passata. 

I quasi 5 anni di convenzione come libero professionista per il Ministero di Giustizia stavano per terminare. Avrei dovuto passare le ferie a studiare per il nuovo concorso. E così ho fatto, cercando di essere mamma di giorno, tra castelli di sabbia, bagni al mare e gelati e lavoratrice dopo cena quando, messi a letto i bambini, scendevo nel giardino del residence dove eravamo, per studiare fino a tardi.

Dovevamo rifare tutti il colloquio, che avessimo già lavorato in istituti penitenziari o no non faceva la differenza. Nessun punteggio in più per l’esperienza pregressa. 

E va bene, mi dicevo…è per dare a tutti, in questo tempo di precarietà lavorativa, una chance di poter esercitare la propria professione. Se non giusto, mi pareva almeno comprensibile.

Faccio il colloquio. Nulla da eccepire. “Complimenti dottoressa – mi viene detto-, ha fatto davvero un buon orale”.

Ingenua, mi lascio cullare da quella soddisfazione, che mi ripaga, in parte, dello “sdoppiamento di personalità” vissuto durante le ferie. Mi scorrono davanti le immagini di me, al settimo mese di gravidanza, a fare ancora colloqui, relazioni e  gruppi in carcere perché così mi pareva giusto.

Poi alle domeniche passate a mettere a punto il necessario per la presentazione della mostra del percorso di espressività artistica, un altro giorno di festa sottratto ai miei figli per correggere una relazione e pensavo: questo tempo verrà ripagato.

Poi escono le graduatorie…sono più in basso, e di un bel pò, rispetto al bando precedente, di 5 anni prima, quando ancora negli istituti non avevo lavorato.

Strano, il colloquio era andato molto bene, l’esperienza maturata dove avevo lavorato pareva contrassegnata da un buon rimando. 

Eppure non sarei potuta rimanere lì, casomai andare all’isola d’Elba, passare lì parte della settimana, perdere così il resto del mio lavoro in libera professione, vedere poco i miei figli, una dei quali era la stessa portata in grembo per tutta la gravidanza mentre lavoravo in una Casa di Reclusione.

Si aprono di fronte a me due strade e, sorrido mentre lo scrivo, le ho percorse entrambe ma sono felice di essere, adesso, con tutta me stessa sulla seconda.

La prima è fatta di rabbia, polemiche più o meno giuste, domande, richieste di chiarimenti, speranza di ottenere, nel tempo, una sede lavorativa più vicina.

La seconda, fatta dal respirare il senso di libertà provato nell’avvertire che quel tempo non era più il mio. 

La consapevolezza che se un treno va troppo veloce o in una direzione sbagliata, possiamo quasi sempre dirci di scendere.

Quando io sono scesa da quel treno, per esempio, mi sono sentita non poco smarrita. Mi sembrava di aver dato tutta me stessa a luoghi  e a meccanismi che non so quanto, a conti fatti, facessero per me.

Poi, però, ho fatto spazio alle tante cose che, da quel treno in corsa, non avevo visto: dalle pareti azzurre del mio studio, ai disegni e alle frasi che ci lasciano sopra i miei pazienti, all’amore per la scrittura, per i libri, per le torte, agli occhi dei miei figli, in cui mi perdo, ogni volta, come il viaggio più prezioso che la vita mi abbia offerto di fare.

Per cui, giovani e meno giovani pazienti, a voi auguro di sentire se il tempo in cui siete stringe, soffoca o appare estremamente dilatato. E di dare credito a questo vostro sentire, trovando il vostro passo. 

A camminare al giusto ritmo, infatti, si respira a pieni polmoni e si vedono cose che riempiono il cuore.

Giulia Lotti

Psicologa-Psicoterapeuta

La fiducia è un seme che germoglia

Come ogni altro lavoro, anche quello dello psicoterapeuta prevede aggiornamenti e formazione costante. 

Per questo, e per molti altri motivi, i terapeuti partecipano a momenti di scambio o, come si dice in gergo, “supervisione”, con colleghi più esperti, di terapia e di vita.

Il mio supervisore abita a Firenze e ha una terrazza assolata che ospita infinite specie di piante, di varie famiglie ma il numero di quelle grasse è, a colpo d’occhio, preponderante.

Non colpisce la bellezza dei vasi che le ospitano o la particolarità dei colori dei fiori ma la loro vicinanza. 

Separate l’una dall’altra ma al tempo stesso vicinissime, godono dello stesso sole, della stessa pioggia, della medesima ombra e di eque cure di manutenzione, ognuna secondo le specifiche necessità, ovviamente.

Eppure, ciascuna ha un punto di verde diverso, foglie più o meno idratate, fiori in attesa della loro fioritura, fiori discreti, fiori orgogliosi che guardano verso il cielo, semplicemente nessun fiore in altri casi.

La maggior parte ha subito fortuiti e fortunati ripescaggi, trovate adagiate vicino a cassonetti: nessuno aveva avuto fiducia in una loro possibile nuova fioritura e aveva pensato che quello potesse essere il posto giusto,  in fondo  non profumavano più ed erano ripiegate su se stesse, dimenticando di splendere fiere verso il cielo.

A guardare quelle piante dalla porta finestra dello studio, o a stare in mezzo a loro quando il tempo offre il privilegio di fare supervisione sul terrazzo, sembra di vedere tanti piccoli esseri grati alla vita, al sole, all’acqua, alla compagnia dei loro simili, a quelle mani che, instancabilmente, non si stufano di far fare ai vasi giri di danza, in cerca del punto più luminoso, o più in ombra, o più facilmente raggiungibile dalla pioggia, al variare del bisogno e delle stagioni.

Ma quando lascio quel terrazzo, il mio supervisore pensa che una di loro possa lasciare con me quello spazio e provare a fiorire altrove. 

E’ un cactus, potrebbe pungere, ma anche fiorire, se ne ha voglia, facendo spuntare, tra le spine, fiori che nascono di notte e non durano moltissimo ma, se ti svegli presto, dice lui, puoi ancora coglierne la bellezza.

Mi dà solo tre avvertimenti il mio supervisore, prima di affidarmi la pianta: avvisa i tuoi bimbi che punge davvero, cercale un posto ben al sole, bagnala poco.

Ad essa, nel congedo dopo l’ora di supervisione, se ne sono, con il tempo,  aggiunte altre tre, che ho portato prima in macchina con cura e poi collocato in giardino, in modo da vederle e da farle raggiungere dalla giusta dose di luce ed ombra.

Sapeva che non ero esperta di piante, sorrideva infatti quando al telefono cercavo di descriverne le evoluzioni, le possibili future fioriture con un gergo non propriamente tecnico, tanto da rendermi a volte quasi incomprensibile.

Mi sono chiesta perché lo facesse, se avesse in fondo paura che quegli esseri, a cui aveva dato altro respiro, potessero cessare di esistere con me, a causa della mia distrazione e inesperienza.

Un giorno, mentre le ho messe tutte vicine sul prato del mio giardino, diverse che più di così non si può, ma così sorelle come sul terrazzo di Firenze, dove avevano iniziato a ossigenarsi nuovamente, ho capito che la fiducia non è successo sicuro, non è certezza, non è mai una scommessa facile, né con se stessi, né con gli altri.

E quelle piante, così come la fiducia in generale, non mi sono state date per le mie competenze, per la sicurezza che non avrei mai sbagliato con loro, ma per la sensazione che avessi percepito ogni fatica e ogni gioia di quelle radici che tornavano a tenersi in piedi, insieme all’affetto della persona che, con il sole, l’acqua e  tutti gli elementi, aveva compartecipato a questo piccolo miracolo.

Per cui mi piace pensare che possiamo darci fiducia, e darne ai nostri figli o a chi amiamo, non tanto per la certezza che sia senza dubbio ben riposta, che lo sbaglio sia un’ipotesi remota, ma per la consapevolezza di avere tutti, anche chi sembra ormai da rottamare come le piantine del cassonetto, radici fatte di limiti e risorse, pori chiusi e pori aperti al mondo, mani capaci di dare cure e di riceverne.

Da qualche tempo lascio che mia figlia, di quattro anni, porti a passeggiare Sam, una tartarughina che è al suo secondo risveglio, dopo il letargo.

Ha il guscio ancora troppo morbido per abitare in giardino senza rischi ma ha tutta la curiosità e la voglia di esplorare delle giovani vite.

Insieme girano per il giardino, mangiano melone, incontrano le tartarughe grandi e le bambole di pezza abbandonate qua e là e ridono, soprattutto ridono, e il fragore della risata di un figlio è la certezza che, difficilmente, quella fiducia, potrà essere mal riposta.

Giulia Lotti

Psicologa, Psicoterapeuta

Aggressività e gioco: parte 2 “Manuale di sopravvivenza per genitori”

Manuale di sopravvivenza per genitori: cosa possiamo fare per sopravvivere all’onda d’urto della rabbia e essere anche d’aiuto ai nostri bambini?

  • Inutili le grandi spiegazioni o le frasi ad effetto, dare poche e semplici spiegazioni “no, questo non si fa” (monitorando le nostre emozioni e, se possibile, contenerle facendo appello all’autocontrollo, alla convinzione che è solo una fase, come è arrivata, passerà..). Accompagnare la parola dal contenimento fisico (il bimbo sente che c’è un limite al proprio fare e lo sente attraverso il vostro corpo, che lo contiene senza forza ma fermamente, così sente anche il vostro odore, il respiro e si calmerà). Se siete riusciti a contattare l’emozione e riconoscete che è tropo forte, chiedete di essere sostituiti da un nonno, l’altro genitore..perché anche il vostro fuoco si plachi..abbiamo imparato che le emozioni funzionano ad incastro..vi ricordate? Per ogni emozione calda, ne serve una fredda o tiepida..quindi non versare benzina sul fuoco..due rabbie non fanno mai una calma ma un incendio! E se siete soli con il bimbo? Se la vostra emozione è troppo intensa, riducete il danno evitando almeno di parlare. Dopo, potrete riparlarne e vi renderete conto che il bimbo è spesso molto confuso su quello che ha fatto o che avrebbe dovuto fare..quindi, ridefiniamo il tutto con calma, usando sempre il corpo (ci si mette alla sua altezza, lo si accarezza ma il tono di voce è deciso, non facciamo i bambini feriti ma i genitori:” così mamma piange, non devi tirarmi la macchinina va bene?”
  • Critichiamo il comportamento, non il bambino. Ricordiamoci di evitare di imprigionare il bambino in critiche da cui poi è difficile uscire, come etichette cucite addosso. Anche perché indicare un singolo comportamento scorretto ci dà più speranza di poter attuare un cambiamento, rispetto alla critica su tutta la persona. Quindi, meglio dire: “Quello che hai fatto non va bene, è sbagliato”, rispetto a dire: “sei un bambino cattivo!” Questo perché, per i bambini, che dipendono in tutto e per per tutto da noi, è fondamentale sentire di essere amati a prescindere da ciò che fanno di errato.
  • Conteniamo il bambino, abbiamo detto che la rabbia, in questa fase di vita, viene espressa attraverso il corpo, quindi può essere utile utilizzare lo stesso canale, abbracciando e contenendo fisicamente ed emotivamente il bimbo. A questa età, infatti, i bambini non sanno ritrovare da soli la calma ed hanno bisogno della mediazione del genitore per ripristinare l’equilibrio emotivo.
  • Proponiamo modi alternativi di sfogare la rabbia, non possiamo chiedere a un bambino di non arrabbiarsi, perché questo è un sentimento normale, alla stregua di tutti gli altri. Possiamo provare, però, a fornire strumenti diversi per manifestare questo vissuto, aiutandolo a controllare la rabbia. Per aiutare a tirar fuori la rabbia, si possono proporre al bambino delle attività che abbiano per lui un valore simbolico come leggere un libro sul tema, fare insieme il vasetto della  rabbia, in cui mettere colori, brillantini, oppure pensare ad una scatola, sempre da  personalizzare insieme e in cui contenere oggetti, disegni e altro che rappresenti l’emozione..fare un disegno, l’importante è che ciò che è astratto e inafferrabile (la rabbia,            in questo caso), diventi qualcosa di più concreto e maneggiabile per il bimbo. Possiamo  agire anche preventivamente, introducendo momenti rilassanti prima che il livello di tensione e aggressività sia troppo (ascoltare musica, piccoli e semplici giochi sul respiro, massaggi).
  • Diamo voce alla sua rabbia, mostrandogli che capiamo come succede, che succede anche a noi a volte di sentirci così, ma che le cose restano come abbiamo detto inizialmente, se quella certa cosa non va fatta, ciò va semplicemente accettato. Aiuteremo il bimbo, a verbalizzare le proprie emozioni, accettando la frustrazione che non sempre si può ottenere tutto ciò che si desidera (lasciamo che il bimbo manifesti il suo disagio senza lasciarsi sconcertare da ciò, in medo che presto si riducano queste manifestazioni…).
  • Manteniamo salda la nostra posizione, a questa età i bambini hanno un forte senso della giustizia ma reputano ingiusto tutto ciò che non viene fatto come loro vorrebbero..quindi non lasciamo che ci facciano cambiare idea, noi sappiamo cosa è meglio per loro e li guidiamo nel mondo, senza oscillare continuamente come aquiloni al vento.
  • Non sommiamo la nostra rabbia a quella del bambino, non rispondiamo con la stessa modalità, altrimenti si innescherà un braccio di ferro senza fine. Scegliamo, quando posiamo, di rimanere calmi, in modo da fornire al bambino un reale modello alternativo di comportamento. Ricordiamoci, infatti, che, più delle parole, ci vuole coerenza ed esempio attraverso i nostri comportamenti (a volte siamo aggressivi con le parole, tendiamo ad usare il nostro potere di adulti per farci rispettare…).
  • Introdurre momenti di allegria condivisa, di solito i bambini sono spiazzati nel vederci giocare, scherzare, ridere, mettere in atto, insomma, “la nostra parte bambina”. Questo crea sintonia e rompe il circolo di aggressività-capricci che spesso si crea a casa; giocando e divertendosi con musica, balletti o altro, allenta la tensione e fa sì che il bambino si possa mettere in mostra ai nostri occhi, senza necessariamente agire in modo ostile.
  • Dare poche, chiare e inderogabili regole, serve per muoversi all’interno di un sentiero condiviso, riducendo le variabili che possono innervosire il bambino. Egli, infatti, sa cosa può e non può fare, che sono babbo e mamma a fare le regole, che esistono dei ruoli e ognuno sta nei propri “panni” (il bimbo fa il bimbo, il genitore fa l’adulto che guida..). Questo serve anche per evitare di dire continuamente: “questo no, smettila, vieni qua”, con rabbia e capricci conseguenti. Tutti conoscono le regole e si possono ricordare, anche sotto forma di gioco, prima di iniziare un’attività: “ora andiamo ai giardini, ti ricordi le regole? Si fa la fila per l’altalena, si sale solo 3 volte sulle giostre, non si spinge, così ci divertiamo tutti insieme, ok?”.
  • Fornire qualche scelta e “patteggiare” sui tempi (se la rabbia nasce dal non rispetto delle regole) a questa età i bimbi diventano aggressivi quando sentono minacciata l’espressione di un volere personale, come mettersi i pantaloni gialli, invece che rossi, il fiocco rosa invece che il cerchietto. Si possono dare due o tre scelte, su semplici cose su cui il bambino può scegliere senza andare in ansia ( non si fa scegliere al bimbo dove si trascorre la giornata ma si può chiedere:” vuoi andare a quel parco o all’altro?”). Anche il concetto del tempo è del tutto particolare ancora, per cui, anziché comunicare all’ultimo secondo che dobbiamo andare via o terminare un’attività che i bimbi amano, dare sempre un avvertimento in modo che possano abituarsi all’idea del distacco da luoghi o persone con cui stanno bene (ad esempio si può dire: “ancora tre giri di altalena, ancora due tiri al pallone, poi si saluta tutti e andiamo a casa a giocare, a fare il bagnetto”, o qualche altra cosa che sia per il bimbo altrettanto piacevole.

 

Dott.ssa Giulia Lotti

Psicologa-Psicoterapeuta

Aggressività e gioco: come aiutare i bambini a costruire le loro prime relazioni

Comprendere l’aggressività nelle prime interazioni tra bambini (fascia 0-3 anni)

A partire dai 18 mesi, i bimbi iniziano le prime brevi interazioni con i coetanei: l’altro inizia a destare interesse e curiosità e, insieme a tali emozioni, nasce inevitabilmente anche il rischio di conflitto. Non si può pensare certamente di evitare il litigio, che è parte normale e sana delle relazioni con gli altri. Con il nostro aiuto, però, il bimbo può superare la fase di conflitto e di aggressività, trovando la propria strada nella modalità di interagire con l’altro.

Questo apre un’altra nuova finestra nell’osservazione dei nostri bimbi piccoli: una finestra sul mondo delle relazioni, della socializzazione. Esiste l’altro, lo vedo , lo imito, ci interagisco, lo tocco, lo annuso (ricordiamoci che i bambini studiano molto il nuovo attraverso il tatto, l’olfatto, ci si tuffano, hanno una fisicità molto ben sviluppata), l’altro fa divertire, incuriosisce ma crea anche disturbo perché rallenta a volte i nostri bisogni..

Come è facilmente immaginabile, un bambino non deve sviluppare solo ossa, muscoli ma anche il suo cervello è ancora piuttosto primitivo e questo si vede nell’immaturità di certi processi, come il saper riconoscere un’emozione, attendere quando si ha un bisogno… Queste sono acquisizioni lente, che necessitano dell’acquisizione di  un meta pensiero; quindi non siamo di fronte ad un bambino cattivo, violento, abituato male, viziato, se capita che il bimbo morda, spinga mentre gioca con altri bambini, o si rifiuti di prestare giochi ecc.

Il comportamento non è problematico fino a 4 anni di età, dopodiché, se permane, possiamo cercare di capire meglio davvero il contesto familiare, o alcuni aspetti legati al temperamento.

Prima di tale periodo, invece, si tratta semplicemente di immaturità cerebrale ( per quanto il nostro bambino ci sembri il più maturo, bravo, intelligente) e di prime prove di socialità. Come ogni prima prova, spesso l’inizio è catastrofico (pensate alla prima torta cucinata, al primo giorno di lavoro).

Il conflitto, come già evidenziato,  è parte integrante delle relazioni, senza di esso non si possono definire ruoli e movimenti all’interno della danza relazionale. E’ un passaggio inevitabile per imparare a costruire relazioni, altrimenti si cresce con l’idea che, per coltivare rapporti, o si subisce o si domina sull’altro continuamente. Come non possiamo volere che i bambini siano amici di tutti, prestino tutto a tutti, non è così neppure per noi adulti. Certo è importante insegnare loro la gentilezza, il rispetto ma lasciare che possano scegliere piano piano con chi è quando condividere ciò che è loro. Prima, però,  c’è la fase di possesso (“è mio”), poi l’apertura allo scambio. E’ utile, comunque, che il genitore dedichi sempre un pò di tempo a riparare, dopo un litigio.

Ecco, quindi, che ci siamo tuffati dentro il “mare dell’aggressività”, che è l’altra faccia della medaglia della socializzazione, almeno in questa prima fase. Togliendo innanzitutto l’etichetta di “cosa brutta, imbarazzante”.

Se si pensa al significato etimologico, aggredire vuol dire “andare verso”, senza l’accezione negativa che oggi noi gli diamo.

Prima di addentrarci nella fase di crescita di nostro figlio, chiediamoci però che rapporto abbiamo noi con l’aggressività.

Con gli altri, tendiamo a subirla o ad agirla? Proviamo imbarazzo  di fronte ai capricci, alle urla o quando fa male ad un altro bimbo?

La capacità di entrare in giusta risonanza con le nostre emozioni, di risolvere il conflitto, di essere empatici e fornire cure amorevoli da parte dei genitori,  riduce di molto i comportamenti aggressivi e diminuisce anche il rischio di comportamenti antisociali e bullismo in adolescenza.

 

Come si manifesta la rabbia e l’aggressività nelle varie fasi di crescita?

  • 18 mesi  fino ad allora il bambino non sa esprimersi bene attraverso il linguaggio e, anche per questo, le sue reazioni sono molto fisiche. Spesso mordono, spingono, strattonano  per manifestare che una cosa non va loro bene. Ovvio che questi comportamenti non vanno incitati, né minimizzati, però non colpevolizzare perché non c’è intenzionalità di far male o cattiveria. Semplicemente il bimbo vede un ostacolo ai suoi bisogni e, come può e come per ora sa fare, tenta di rimuoverlo. Il morso, ad esempio, veicola emozioni intense a questa età, anche molto diverse tra loro. Può significare rabbia ma anche, viceversa, sancire un momento di felicità e affetto forti. Fino a tre anni, la bocca è lo strumento privilegiato attraverso cui i bambini conoscono il mondo, quindi il morso, fino a tale periodo, è in linea con la fase evolutiva. Questo non significa libertà, viva il morso, farla facile insomma se il bimbo morde o torna a casa morso. Vuol dire non ragionare con le logiche di un adulto, pensando che il proprio figlio sia cattivo e, viceversa, che l’amichetto di turno lo sia, invitando il figlio a non giocarci più insieme. Bisogna quindi innanzitutto capire cosa ha scatenato il gesto. Se lo ha scatenato la rabbia, fermamente dire NO, allontanare il bimbo e poi, una volta calmato, farlo ragionare con semplici parole sull’accaduto, dando modalità alternative di interazione con l’altro ( MA NON CRITICARE; GRIDARE O UMILIARE IL BIMBO CON FRASI TIPO “MALEDUCATO; CATTIVO; COSA HAI FATTO”). Se invece il gesto è dettato dalla gioia, si riformula bene questo sentimento del bambino, per fare chiarezza in lui ma anche per fargli sentire che ci siamo, siamo sintonizzati con lui, abbiamo capito. Possiamo dire, ad esempio: “ lo so che sei felicissimo di aver trovato Marco ai giardini, è il tuo amico e gli vuoi molto bene…allora non morderlo, che gli fai male, fai una carezza o abbraccialo così (e si mostra il gesto facendolo a lui).
  • Intorno ai 2 anni invece l’aggressività comincia ad essere intenzionale, è ancora molto fisica e rivolta soprattutto a mamma e papà (le interazioni con i pari sono ancora brevi, sporadiche e il gioco è soprattutto individuale), da cui i bambini hanno bisogno di separarsi per affermare la propria individualità e conquistare il loro posto e questo sentimento coincide, dunque, con il processo di costruzione del sé, che inizia proprio adesso.
  • Dai 3 anni la rabbia è rivolta spesso verso i coetanei perché i bimbi interagiscono di più tra loro, cominciano i primi gruppi di gioco libero e simbolico ed è, in questa fase, uno dei modi privilegiati con cui i bimbi provano a farsi spazio all’interno di un gruppo. I bambini non devono essere lasciati soli ad affrontare la rabbia, anche se è un sentimento sano e naturale. Occorre intervenire solo quando realmente serve, non partendo sempre in difesa o in attacco a prescindere, perché si sa che andrà a finire così..questo per far sì che il bimbo acquisti quella sua sicurezza, la sensazione di sapere cosa deve fare e come muoversi. Tra poco vedremo cosa possiamo fare per non essere, né noi né loro, sopraffatti dalla rabbia.

 

Non una ma tante forme di aggressività

Abbiamo visto come l’aggressività cambia in base all’età, ora, prima di pensare insieme quali strategie sono migliori di altre per sopravvivere in questo mare rosso di aggressività, vediamo quanti colori e sfumature ha questo sentimento nella fase 0-3 anni, con l’idea che, prima di intervenire ( questo è il motivo per cui tante ricette magiche o piccoli regolamenti che leggiamo su internet spesso non funzionano e dopo tre giorni torniamo a fare come sempre!!), occorre capire cosa ha scatenato quel sentimento, altrimenti non siamo consapevoli di quello che sta accadendo al bambino (e a noi) ma attuiamo solo un protocollo “spegni rabbia” senza comprenderne realmente il senso.

 

1)Aggressività con senso

 

Quella che ci interessa a scuola, ai giardini, nelle relazioni interpersonali tra pari ma anche a casa, mentre gioca con il fratellino, con i nonni…

Come abbiamo detto all’inizio il cervello (soprattutto la parte superiore del cervello, quella che rielabora le informazioni e media gli istinti, parte sotto amigdala, quella che direttamente ci fa sentire rabbia, dolore, frustrazione: cervello come una casa a due piani, nel bambino la parte sotto e quella sopra non sono ben collegate, come se la scala fosse ancora da costruire) del bambino è immaturo, le emozioni piuttosto primitive per cui questo tipo di aggressività è quella che nasce in risposta a qualcosa che non va come lui vuole o si immagina e ha 3 significati base: mi difendo, aggredisco/attacco, tento a farmi le mie prime amicizie ma a un certo punto le cose mi sfuggono di mano, non so come si fa, non l’ho mai fatto…

Consideriamo che questo tipo di aggressività si riduce proporzionalmente alla capacità maggiore di parlare, acquisendo maggior lessico e strumenti altri rispetto al corpo. Questo tipo di aggressività ha una dimensione prettamente relazionale, se non c’è l’altro, difficilmente sorge, per cui non prendiamola male, ad esempio,  se al nido è aggressivo, non partiamo subito sulla difensiva dicendo “non è vero, a casa non lo fa mai!”

2) Aggressività senza senso

Può nascere quando il bimbo è da solo o in compagnia, spesso sembra senza motivo e ci destabilizza molto perché, proprio perché non c’è apparente causa, tendiamo più facilmente ad incolpare noi stessi o il bambino, insomma non ci sono neppure attenuanti generiche, che a noi mamme tranquillizzano sempre. E non è detto che nasca dal confronto diretto con altri bimbi..tanto che l’educatrice, il nonno, vi può dire: “era lì che giocava sereno da solo con la macchinina e, senza che nessuno gli avesse detto nulla, l’ha lanciata..mah, qui c’è da preoccuparsi..”.

I bimbi piccoli (18-24) lo fanno anche solo per sentire l’effetto di una loro azione: ” se lancio questo oggetto, cosa succede?” Può, però,  essere data anche da uno stress crescente che il bimbo ha dentro e che, ad un certo punto, deve uscire in qualche modo perché causa disagio e non riesce più a sopportarlo. Andando un po’ a ricostruire la scena del crimine, si notano spesso due situazioni opposte ma simili negli effetti: a) il bimbo era a lungo nella NOIA, senza stimoli, senza presenze vicine, senza invito ad un’attività e ha rotto tale emozione con un gesto aggressivo, che rimettesse in circolo un po’ di vitalità, movimento, come via di fuga da qualcosa di spiacevole; b) il bimbo è immerso da troppo tempo in stimoli disturbanti, che lo attivano, che non danno quiete (musica alta, rumori forti in genere, ambiente nuovo, liti, confusione data dagli altri bimbi a scuola, al parco, ad una festa..), non tutti i bambini si sentono protetti in tali ambiente sovrastimolanti e vanno in stress. Per ripristinare questo equilibrio, arriva l’insensato gesto di rabbia; è il segnale che si è offerto al bimbo troppi stimoli e, non sapendoli decifrare così velocemente, è andato in sovraccarico emotivo.

Sapere questo è molto utile perché diventiamo consapevoli che, se per esempio, portiamo nostro figlio ai gigli, al ristorante, poi ai giardini..forse questo attiverà troppo l’ormone dello stress e diventerà aggressivo o nervoso (mentre altri bimbi, più attivi, ci vanno a nozze e va bene così), quindi potremo semplicemente prevenire, in questo caso.

 

Dott.ssa Giulia Lotti

Psicologa-Psicoterapeuta

Percorso di consapevolezza emotiva per bambini dai 6 ai 10 anni

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Per giocare insieme, familiarizzando con le emozioni e imparando a condividerle con gli altri…

L’obiettivo  di questo intervento è prendere consapevolezza con le emozioni provate, potendo dare forma, voce e colore a questi vissuti. Il gruppo, che contiene e protegge, costituisce un valore aggiunto all’esperienza fatta perché stimola e aiuta a percepire i sentimenti nutriti come un qualcosa che ci accomuna e non ci isola.

Apprendere a raccontare le emozioni fin da piccoli, aiuta ad avere le risorse necessarie per poter fronteggiare le difficoltà o le normali fasi di crescita dell’individuo, coltivando l’idea che ognuno dispone degli strumenti necessari per superare i normali ostacoli della vita, nutrendo così fiducia nelle proprie capacità.
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Laboratorio di lettura animata per i bimbi in visita ai papà detenuti della Casa di Reclusione Ranza

foto-lab-letturaVenerdì 14 luglio 2017, presso le aree verdi della Casa di Reclusione Ranza, è iniziato il laboratorio di lettura dedicato ai bambini in visita ai genitori detenuti, sia del circuito di alta che di media sicurezza.
Questa attività, inserita all’interno del progetto “Padre e figlio”, a sostegno della genitorialità in carcere, è resa possibile grazie al prezioso contributo di due volontarie che offriranno la loro professionalità per agevolare, attraverso la lettura e semplici attività laboratoriali, un più fluido scambio comunicativo tra genitori e figli e, al tempo stesso, stemperare la tensione dei delicati momenti dei saluti, al termine dei colloqui con i papà.
Laura Lotti, insegnante di scuola primaria e Cristina Bursi, educatrice nido, si alterneranno nella lettura animata di testi per l’infanzia, prevedendo poi la realizzazione di un piccolo manufatto che i bambini potranno donare al genitore.
Il primo approccio al testo è stato particolare: c’è chi ne ha avuto un’iniziale paura, confondendo questa attività con il sapore, talvolta faticoso da mandar giù, della scuola appena conclusa. Altri, invece, hanno visto il libro come un elemento che li portava a doversi spostare dalle ginocchia protettive e tanto agognate del papà, altri ancora si sono avvicinati con curiosità, soprattutto per la valigetta piena di gomitoli di lana, colori e cartoncini che spuntava alle spalle della nostra lettrice.
Io mi sono fatta piccola, sedendomi per terra a fianco di una casetta giocattolo che ospitava Giovanni e Ilary, due fratellini intenti ad aprire e chiudere le finestre della loro nuova dimora sangimignanese, ridendo fragorosamente ad ogni sbattere di persiane.
E’ stato bello stare sullo sfondo a godersi quell’intrecciarsi di relazioni umane accese, piano piano, dalla scintilla innescata da un libro, un’abile lettrice e una strana marionetta, “Cicciapelliccia”, appunto la protagonista del testo.
La lettrice, fluidamente, lasciava che le cose scorressero così come venivano..lasciava che Cicciapelliccia venisse annusata, lanciata e, diciamolo pure, a volte strapazzata, da mani di diversa grandezza, perché di differenti età erano i bimbi presenti a colloquio.
Ho notato come i bambini avessero bisogno di toccare il libro, assimilandolo con i sensi, prima di predisporsi alla lettura, lasciandosi andare all’ascolto.
La volontaria ha lasciato che fosse proprio così e, in poco tempo, i bambini manipolavano il libro e, con esso, tutte le parole e i messaggi contenuti.
Era diventata, in un battibaleno, una piccola fabbrica di talenti: chi tagliava, chi incollava, chi intrecciava fili colorati, chi scriveva una dedica per mamma e papà.
Nel circuito della media sicurezza, ho visto una famiglia intera alle prese con disegni il cui focus era mettere su carta una cosa in cui i genitori e i figli si sentivano davvero capaci, riconoscendo l’unicità di ciascuno.
Ho sentito che, in fondo, quella famiglia allargata, composta da un figlio in comune e altri avuti da rispettive precedenti relazioni, erano, per un momento, lì a giocarsi la loro possibilità di dialogare e incontrarsi proprio come avviene a volte nel mio studio, e nella vita in genere.
Un telefono senza fili fatto di risorse, talenti personali e paure finalmente narrabili è stato ciò che ho visto dipanarsi attorno al libro e alle attività da esso scaturite.
Uscendo, ho immaginato con simpatia le celle dei papà detenuti ravvivate da disegni dei vari “cicciapelliccia” fatti dai figli con i fili di lana e sono rimasta colpita dalla risposta della volontaria, alla mia domanda: “sei riuscita a leggere tutto il libro?”.
Lei, sorridendo, mi ha detto “no, non è stato possibile. Ho lasciato che ne facessero esperienza con il naso, con le mani impazienti, con gli occhi timidi e con orecchie talvolta distratte dalla quantità di altri stimoli a cui erano sottoposte…”
Ho trovato quest’approccio alla lettura così delicato, in armonia con la musica del luogo.
Il libro ha saputo essere, a mio avviso, un potente sottofondo in uno spazio dedicato all’incontro tra padri e figli. L’insegnante ha compreso che quell’incontro si gioca in pochi attimi ed è, pertanto, tarato su tempi “stretti”: i dieci minuti del contatto telefonico, le tre-quattro ore dei colloqui visivi fatti ogni due-tre mesi, quando va bene.
In quel tempo e in quello spazio, il libro ha fatto da collante, da alleggeritore di tensione emotiva, da normalizzatore, perché ha proposto un’attività quotidiana all’interno di un rapporto che di naturale e quotidiano purtroppo ha poco, rendendo il momento dei saluti una promessa: il genitore garantisce al figlio che troverà il giusto posto dove custodire il regalo nato dall’attività insieme e assicura di ricambiare presto con un altro disegno, o una lettera, in regalo.
E colpisce come, anche senza leggere tutto il testo, il messaggio del libro sia giunto chiaro a destinazione: se frughiamo ben bene, in mezzo a difficoltà e mancanze, tutti abbiamo un talento da esplorare, una cosa in cui ci sentiamo capaci e insuperabili (o quasi)!
Giulia Lotti,
Psicologa- Psicoterapeuta

Nonno e nipote: la forza di un legame che diviene risorsa per crescere

 

“Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera; la polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luci non vere…….Il bimbo ristette, lo sguardo era triste, e gli occhi guardavano cose mai viste e poi disse al vecchio, con voce sognante: -mi piaccion le fiabe, raccontane altre! “

(F. Guccini)

 

In una società in cui si lavora tanto e a lungo, in cui si inneggia all’autonomia precoce dell’individuo, in cui la coppia è spesso sola ad auto-sostenersi nel progetto di costruzione della propria identità familiare e genitoriale, i nonni sono sempre più delle perle rare, risorse inesauribili di energia, simbolo di sacrificio ed esperienza “rinnovabile”.
I nonni sono, a mio avviso, prima di tutto accesso al pensiero narrativo, all’importante capacità di raccontare e raccontarsi.
Rispondono, con pazienza, ai mille perché dei bambini, ampliano il loro bagaglio di saperi, raccontando i cicli della natura e della storia, tessendo fili sottili nei rapporti di causa-effetto.
Permettono l’accesso alla fantasia e al gioco simbolico, grazie alle ore trascorse a raccontare di mostri, draghi, sirene e principesse.
Aiutano il bambino a imparare a mettersi nei panni dell’altro e a tracciare i propri confini, grazie al tempo trascorso a far finta di essere maestri, dottori, motociclisti, esploratori…..
Con i nonni, i bambini possono ricevere testimonianza dell’infanzia dei loro genitori, vedere i luoghi in cui sono cresciuti, giocare con i giochi del passato e, talvolta, anche dormire nei letti che hanno, un tempo, ospitato i sogni dei papà e delle mamme.
Camerette che i nonni, con amore, hanno conservato quasi immutate nel tempo, un po’ per ricordare, un po’ per attendere altre manine cicciotte pronte a scoprire e scombinare quegli spazi.
I nonni incarnano mani sempre tese, occhi dolci che non si stancano di osservare e accompagnare, parole sagge e orecchie mai distratte.
I nonni rappresentano un tempo sospeso in questo mondo veloce: un tempo capace di dilatarsi, di perdersi in giochi e momenti che fanno crescere perché permettono al bimbo di sintonizzarsi con le proprie emozioni, vedendole poi anche riconosciute.
E noi genitori, a volte un po’ gelosi di quel tempo complice che ci è così poco concesso, lasciamo pure che i figli assaporino questi spazi di crescita e arricchimento, che si portino per sempre dentro il profumo di quegli abbracci e il ricordo di quella presa così sicura: la mano del nonno che si intreccia con la loro!

Giulia Lotti
Psicologa- Psicoterapeuta

A cosa serve lo psicologo (secondo me…)

Sul mio lavoro, come su molti altri, si raccolgono pareri discordanti.
C’è chi chiederebbe aiuto allo psicologo per ogni fase di vita o scelta da intraprendere, chi lo rifugge come il peggior nemico, considerandolo un ciarlatano, un mago, un venditore di chiacchiere, uno per chi non ha un buon amico o un familiare con cui sfogarsi.
C’è ancora (ma sono pochi ormai, secondo me) chi reputa lo psicologo una figura per persone fragili, non completamente a posto con la testa.
Tutto questo lo mettiamo in conto e, con un po’ di senso critico e di auto-ironia, magari possiamo ammettere che noi psicologi, a volte, ci mettiamo del nostro affinché la professione venga fraintesa, banalizzata, messa dappertutto con superficialità.
Una volta, in una delle prime interazioni tra mamme, tra un’altalena e uno scivolo al parco, mi fu chiesto: “ Tu che cosa fai?”.
Al mio rispondere: “faccio la psicologa, lavoro….”, mi vedo osservata con sguardo stupito.
Per un attimo, penso che lei trovi interessante il mio racconto, la descrizione di un lavoro che amo profondamente.
Questa mia civetteria viene presto, però, disattesa da una sua constatazione: “ Ah, tu sembri piuttosto normale, di solito gli psicologi sono così strani…..”
Ecco un’altra possibile qualità della categoria professionale a cui appartengo: la stravaganza, l’essere un po’ irrisolti, contorti, a volte goffi…gente strana, appunto.
Con gli anni, ho imparato ad essere meno permalosa e forse anche a prendermi un pò meno sul serio, per cui accetto tutto, soprattutto perché comprendo che è un lavoro “impalpabile”, così come inafferrabili sono spesso per noi i pensieri, le emozioni, la sofferenza…che fluttuano senza accettare facilmente di farsi contenere o spiegare.
C’è, però, una cosa che ancora mi provoca frustrazione, talvolta addirittura rabbia: l’idea dello psicologo “usa e getta”, “dammi un consiglio al volo”, “ interpretami quel sogno”, “del secondo te, perché?”
Spesso vengo fermata al volo, o anche contattata in modo canonico, per soluzioni rapide ad un problema specifico.
Il problema può avere ambiti e sfumature diverse: capricci dei bambini, ansia, problemi a scuola, crisi di coppia, paure improvvise.
E’ difficile non perdere credibilità senza cedere alla tentazione di dare ricette, risposte uguali per tutti, soluzioni veloci e durature nel tempo. E’ impopolare provare a far comprendere che l’apprendimento di tecniche, senza una relazione di cura ben avviata, è spesso solo un esercizio di stile (e, forse, anche di potere…).
Proprio in questo, però, risiede l’idea che ho io di “cosa uno psicologo dovrebbe fare” e del perché
“ serva studiare per essere psicologi”.
Non basta un po’ di buon senso? Non basta un po’ di buon cuore? Non basta offrire una spalla su cui piangere?
Sono tutte cose utili, certamente, ma no, non credo che bastino.

Fare lo psicologo, per me, significa….
Dare ossigeno, spazio, affinché la persona possa, prima di tutto, esistere e raccontarsi, scoprendo la propria unicità.
Dare e darsi tempo per poter rivisitare il passato, a partire dall’oggi, per capire, o meglio“sentire”che ci muoviamo all’interno di storie antiche, che spesso si ripropongono.
Considerare il corpo, la mente e le emozioni come perle preziose di un’unica collana capace di muovere consapevolezza.
Saper custodire le “perle preziose” di un paziente fin quando non è pronto a guardarle, poi a indossarle, poi ancora a decidere cosa farne.
Accogliere i silenzi, senza aver fame di riempirli.
Offrire una guida verso le risorse, le possibilità, le storie che una persona può ancora mettere in gioco, nonostante “il problema”.
Aiutare ad accettare le proprie fragilità, potendole mostrare e non più nascondere.

Lo psicologo, per me, somiglia al lavoro di colui che aiuta a tessere un tappeto prezioso, un pezzo unico, inimitabile per colore e filato.
L’esperto in questione non sono io, anche perché sono parecchio maldestra come tessitrice… L’esperto è la persona che ti si siede davanti, con molti fili colorati, preziosi ma annodati.
Io so solo che ci vuole tempo per trovare nuovi modi per continuare la tessitura ed esorto alla pazienza.
Poi so che qualche nodo non ha mai compromesso la qualità del manufatto, per cui esorto all’accettazione.
Forse immagino anche che non tutti i fili siano stati acquistati insieme, che alcuni siano più datati di altri..per cui chiedo al tessitore di congiungere memoria e cuore.
Ricordo che per ogni cosa che non sia fatta dalle macchine, ci vuole il suo tempo, per cui invito a prendersi lo spazio per raccontare di quel tappeto, sentendone anche il peso.
Talvolta tengo quei fili e tutti i miei pensieri fin quando non vedo una luce negli occhi del tessitore; allora provo a lasciare il testimone…ma sono lì presente, se la fatica è troppa e, cosa ancor più importante, cerco di tenere il nostro spazio lontano dalle aspettative.
Poi, un giorno, e poi un altro e ancora un altro, di quel tappeto si parla sempre meno.
E’ lì, sotto i piedi della persona, tornato al suo posto. A volte si tira un filo, a volte compare una macchia ma il tessitore ci sorride o almeno pensa che sia “il suo tappeto, nonostante le imperfezioni”.
Io accompagno soltanto questo processo, che non è mai uguale, che non ha segreti da rivelare all’istante o soluzioni efficaci ma che, come ogni umana faccenda, ha bisogno di tempo, spazio, aria e calore, sbagli, fiducia e affetto.
E quando tutto ciò è stato tessuto, allora si può anche rispondere ad una domanda al volo, insegnare una tecnica, offrire soluzioni…!

Giulia Lotti
Psicologa- Psicoterapeuta

Alcuni buoni motivi per salire sul tappeto volante…. del rilassamento!

 

 

Il primo incontro con un bambino in terapia, è spesso segnato da uno sguardo attonito: lui-lei sono stati accompagnati dal papà e dalla mamma, con la promessa di trovare uno spazio di gioco, di divertimento, di ascolto…

Entrando, un bambino trova, se la giornata è bella, finestre da cui entra molta luce, oltre le quali si vedono grandi alberi e qualche tetto.

Se invece è brutto, nuvoloni grigi che giocano a nascondino, avvicinandosi al vetro per poi scomparire dalla visuale. Spostando lo sguardo all’interno, fogli colorati, matite e pennarelli e, per sedersi, due tappetini.
Dal diffusore, fanno capolino profumo di menta se arrivo stanca, di lavanda se sento il bisogno di tranquillità.
Forse quegli occhi cercano per un pò una qualsiasi traccia di qualche gioco tecnologico, di un computer, magari anche solo del mio cellulare ( che c’è, ad onor del vero, ma appoggiato in un angolo della scrivania).
Presto, però, si abituano a quel poco, si mostrano complici nel rituale fatto dal sistemare i tappetini, aggiungere qualche cuscino, aprire gli occhi per vedere se sono davvero ancora lì, ad accompagnarli in quel viaggio apparentemente fatto di niente, di luce e silenzio, con l’idea di accogliere la noia, dandole forma.
Diminuire gli stimoli esterni per accendere quelli interni, per far conoscenza di sé.

Non sto parlando del tappeto magico di Aladino, anche se un giretto non lo rifiuterei, ma della pratica del training autogeno, semplici tecniche di rilassamento di cui il bambino può fare esperienza, anche con la presenza del genitore.
Ascoltare il nostro corpo, percepire la differenza tra tensione e rilassamento muscolare, connettere tali sensazioni con i personali stati emotivi, permette di autocentrarsi, trovare risorse anche (e soprattutto) in mezzo al nulla, mantenere più a lungo l’attenzione su di sé e sull’esterno.
Fermarsi permette, a volte, di viaggiare con l’immaginazione, agevolando la capacità simbolica, la fantasia, dar voce a una difficoltà ma potenziare, anche, uno stato di gioia, prendendone piena consapevolezza.
Questo tipo di silenzio interiore, aiuta anche a mettersi in ascolto di tutte le sensazioni che arrivano dai nostri canali percettivi: chiudere gli occhi, per accendere uno sguardo interiore, percepire suoni che altrimenti passerebbero inosservati, appoggiare le mani lungo il corpo per avvertire, con il tatto, lo spazio che occupiamo con la nostra persona, annusare profumi dell’ambiente circostante e della memoria.

Quei tappetini, disposti da un professionista se se ne presenta la necessità, se ci troviamo di fronte ad un disagio che ostacola la nostra quotidianità, se un’emozione fatica a fluire all’interno dello spazio familiare, se si avverte il bisogno di essere prima guidati per poter accedere più agevolmente al racconto di noi, possono però diventare tranquillamente anche un rituale tra il bambino e il genitore (e, perché no, tra il genitore e il genitore!).
Non importa se non si ricordano le parole, se seduti vicini ci sentiamo un pò goffi..affiancare quei tappetini, in risposta alla noia del bambino, alla fatica a “stare”, a fermarsi e porre attenzione ad una attività, scolastica o familiare, a stare nella dimensione dell’attesa, al non saper dare un nome alle proprie emozioni, è come dire al proprio figlio:

“fermati, fermiamoci, hai un grande patrimonio e io sono qui con te, interessato a scoprirlo con te..hai un corpo, capace di sentire freschezza e calore, pesantezza e leggerezza, fatica e ristoro. Hai occhi capaci di vedere, un naso fatto per indovinare profumi, due mani nate per “impattare” con il mondo, con la sua morbidezza e durezza, talvolta.. Hai orecchie per ascoltare la tua storia e quella degli altri…e tutto questo è un tesoro inesauribile, che non potrà mai annoiarti e, altro dettaglio non da poco, che non costa nulla!”

Credo sia importante che noi adulti ci ricordiamo e, al tempo stesso, che i figli apprendano quanta ricchezza abbiamo da mettere in circolo, in modo che quando fuori non troviamo stimoli, soddisfazione, o quando incontriamo paure, incertezza, semplici noie o apatie momentanee, possiamo confidare in ciò che ci è stato dato in dotazione: un corpo che sente, una mente che pensa, riflette e prova emozioni.
Il rilassamento agevola tale dimensione, favorendo questa autoconsapevolezza e poi, dopo il riposo, fogli e matite sono lì per raccontare degli incontri fatti, i luoghi visti, gli abbracci ricevuti, le paure spuntate da un cespuglio…insomma tutto quel mondo e le possibilità che a volte soffochiamo con la nenia del “ che noia, non so che fare….!”
Allora, siete pronti a salire su quel tappeto??

Giulia Lotti
Psicologa- Psicoterapeuta

Radici, nutrimento e occhi benevoli: dialoghi inconsueti sull’amore genitoriale

Qualche giorno fa, mi sono persa in libreria.

ti-voglio-bene-anche-seOgni volta che ho un pò di tempo libero, senza dita che devono battere lettere sulla tastiera, mani indaffarate a tenere borsoni da calcio, passeggini e bambole, fazzoletti per gli eterni raffreddori, mi chiedo come poter investire quello spazio, fisico e mentale, in modo da trovare un pò di nutrimento da rimettere in circolo poi, trasformandolo in energia buona per me e per gli altri.

Ed è stato da questo girovagare tra i pensieri, che è partito il mio perdermi tra libri di vario genere: letteratura per l’infanzia, testi di psicologia, classici che da tempo mi promettevo di acquistare.
Da quel giorno, mi sono trovata spesso a posare lo sguardo sui libri scelti, uno per me, uno per i miei bambini, trovandoli molto simili, per quanto strano possa sembrare.
“Memorie di una ragazza perbene”, di Simone de Beauvoir mi porta dentro un racconto autobiografico, attraverso un’infanzia vissuta nella Parigi dei primi del 900, scandagliando emozioni e figure di riferimento di una bambina che si affacciava alla vita.
Il libro inizia con una fotografia delle prime esplorazioni e interazioni con il mondo, da parte dell’autrice.
I ricordi sono orientati da una vivida percezione di aver potuto guardare il mondo con curiosità e, al tempo stesso, protezione, “al riparo”, per usare le sue stesse parole.
Quel conforto, quel riparo, la base sicura da cui partire e tornare, era offerta dalla figura di Luise, la balia.
L’autrice la disegna così, con le parole di una bambina innamorata: “Ella, o almeno così credevo io, non esisteva che per vegliare su mia sorella e su me, non alzava mai la voce, non mi rimproverava senza ragione…Verso sera, Louise si sedeva accanto a me, mi mostrava delle figure e mi raccontava delle storie. La sua presenza m’era necessaria e mi pareva naturale quanto la terra su cui posavo i piedi”.
Immagino, con il proseguire delle pagine e con i ricordi intrecciati ad altre storie di vita, ai racconti che ho il privilegio di accogliere durante il mio lavoro, che quella bambina sia divenuta una ragazza e poi una donna libera di maturare le proprie scelte, vivere secondo il personale sentire, non perdendo mai la sicurezza delle proprie radici, conservando il calore di quegli occhi benevoli orientati, come un faro, su di lei.
L’essere nutrita, accudita, stimolata con amore, voglio credere che abbia fatto di lei un’adulta capace, a sua volta, di nutrirsi, accudirsi, guardarsi con amore..
Questo pensiero mi sposta sull’altra lettura, di Debi Gliori, “Ti voglio bene anche se..”, i cui protagonisti sono Maxi e Mini, un piccolo volpotto e la sua mamma.
Apparentemente due mondi separati: Simone de Beauvoir cosa potrà mai aver avuto in comune con un libro cartonato sulle volpi?
Eppure, quest’ultimo libro l’ho acquistato pensando “ai grandi”, a me stessa, alle persone incontrate in terapia e stupite dal fatto di poter parlare senza che io mi preoccupassi di emettere un verdetto, un giudizio che li assolvesse o li condannasse…e non dico questo per onnipotenza ma per l’antico timore, che in molti conosciamo, che l’amore debba essere un qualcosa da meritare, da guadagnare dando altro in cambio.

L’ansia, il bisogno di controllo, la dipendenza emotiva, i disturbi alimentari credo che abbiano una storia in comune: è la storia di una piccola volpe piantagrane, a volte goffa, che strilla, si arrabbia, si comporta come non dovrebbe e chiede, impaurita, alla mamma se l’amore che prova per lei avrà mai fine o potrà essere oscurato da un atteggiamento sbagliato, da errori commessi.
E dopo varie prove d’amore, dopo aver presentato alla mamma il peggio di sé, dopo essersi accertata che le vorrebbe bene anche se diventasse un terribile coccodrillo o un orso mangia ossi, Mini chiede: “Ma l’amore si consuma? Se si scolla, si riattacca? Se si rompe, se si strappa, poi si aggiusta, si rattoppa?”
Maxi, abbracciandola, risponde. “Non lo so. Quel che penso io però è che per sempre ti amerò”.
La radice di molta della sofferenza dei grandi, anche se può prendere la forma di un respiro che non fluisce, del bisogno di ordinare e sistemare, del minuzioso controllo del cibo da ingerire, del bisogno di trovare negli occhi compiacenti di un altro la misura del proprio valore, appartiene a quel bisogno frustrato o accolto in modo intermittente, di sentire amore a prescindere dagli sbagli.
Trovare una volpe capace di abbracciare al termine di un capriccio, di contenere una rabbia che pare esplodere con la forza di un tornado, sentire che si è voluti nonostante non si risponda sempre ad un ideale, permette di crescere con la consapevolezza delle proprie emozioni e con quel tanto di sicurezza che ci consente di misurarsi con le piccole- grandi esperienze di dolore e fallimento, senza sentirsi sopraffatti.
Simone de Beauvoir e le volpi della storia, forse nella mia libreria a volte si parlano, si raccontano che è difficile essere per l’altro una “presenza”, una bussola costante e rassicurante..sicuramente la mamma volpe avrà detto all’autrice che non sempre riesce ad essere quello che Louise rappresentava per la piccola Simone..due occhi benevoli sempre orientati su di lei.
Simone la rassicurerà, dicendole che, in fondo si cresce anche se, a volte, quegli occhi adulti si distraggono lungo il cammino e che ciò che è stato perduto può essere recuperato.
Il cervello umano, infatti, ha la caratteristica di essere plastico, continuamente modellabile sulla base delle esperienze e sulle presenze significative che, di volta in volta, costellano il nostro cielo….per cui le connessioni a volte perdute tra adulto e bambino, possono essere recuperate o compensate con altre reti, altre positive interazioni tra esseri umani.
Nulla è perduto, dice forse Simone alla mamma volpe…c’è sempre spazio dentro di noi per nutrire quella radice che ci ricorda di appartenere a qualcuno, che ci rammenta di amarci e amare anche se imperfetti, che ci fa smettere di lottare strenuamente per raccogliere consensi, che ci instilla il dubbio che l’amore non sia una cosa misurabile con punteggi di merito.

Giulia Lotti,

Psicologa-Psicoterapeuta