Aggressività e gioco: parte 2 “Manuale di sopravvivenza per genitori”

Manuale di sopravvivenza per genitori: cosa possiamo fare per sopravvivere all’onda d’urto della rabbia e essere anche d’aiuto ai nostri bambini?

  • Inutili le grandi spiegazioni o le frasi ad effetto, dare poche e semplici spiegazioni “no, questo non si fa” (monitorando le nostre emozioni e, se possibile, contenerle facendo appello all’autocontrollo, alla convinzione che è solo una fase, come è arrivata, passerà..). Accompagnare la parola dal contenimento fisico (il bimbo sente che c’è un limite al proprio fare e lo sente attraverso il vostro corpo, che lo contiene senza forza ma fermamente, così sente anche il vostro odore, il respiro e si calmerà). Se siete riusciti a contattare l’emozione e riconoscete che è tropo forte, chiedete di essere sostituiti da un nonno, l’altro genitore..perché anche il vostro fuoco si plachi..abbiamo imparato che le emozioni funzionano ad incastro..vi ricordate? Per ogni emozione calda, ne serve una fredda o tiepida..quindi non versare benzina sul fuoco..due rabbie non fanno mai una calma ma un incendio! E se siete soli con il bimbo? Se la vostra emozione è troppo intensa, riducete il danno evitando almeno di parlare. Dopo, potrete riparlarne e vi renderete conto che il bimbo è spesso molto confuso su quello che ha fatto o che avrebbe dovuto fare..quindi, ridefiniamo il tutto con calma, usando sempre il corpo (ci si mette alla sua altezza, lo si accarezza ma il tono di voce è deciso, non facciamo i bambini feriti ma i genitori:” così mamma piange, non devi tirarmi la macchinina va bene?”
  • Critichiamo il comportamento, non il bambino. Ricordiamoci di evitare di imprigionare il bambino in critiche da cui poi è difficile uscire, come etichette cucite addosso. Anche perché indicare un singolo comportamento scorretto ci dà più speranza di poter attuare un cambiamento, rispetto alla critica su tutta la persona. Quindi, meglio dire: “Quello che hai fatto non va bene, è sbagliato”, rispetto a dire: “sei un bambino cattivo!” Questo perché, per i bambini, che dipendono in tutto e per per tutto da noi, è fondamentale sentire di essere amati a prescindere da ciò che fanno di errato.
  • Conteniamo il bambino, abbiamo detto che la rabbia, in questa fase di vita, viene espressa attraverso il corpo, quindi può essere utile utilizzare lo stesso canale, abbracciando e contenendo fisicamente ed emotivamente il bimbo. A questa età, infatti, i bambini non sanno ritrovare da soli la calma ed hanno bisogno della mediazione del genitore per ripristinare l’equilibrio emotivo.
  • Proponiamo modi alternativi di sfogare la rabbia, non possiamo chiedere a un bambino di non arrabbiarsi, perché questo è un sentimento normale, alla stregua di tutti gli altri. Possiamo provare, però, a fornire strumenti diversi per manifestare questo vissuto, aiutandolo a controllare la rabbia. Per aiutare a tirar fuori la rabbia, si possono proporre al bambino delle attività che abbiano per lui un valore simbolico come leggere un libro sul tema, fare insieme il vasetto della  rabbia, in cui mettere colori, brillantini, oppure pensare ad una scatola, sempre da  personalizzare insieme e in cui contenere oggetti, disegni e altro che rappresenti l’emozione..fare un disegno, l’importante è che ciò che è astratto e inafferrabile (la rabbia,            in questo caso), diventi qualcosa di più concreto e maneggiabile per il bimbo. Possiamo  agire anche preventivamente, introducendo momenti rilassanti prima che il livello di tensione e aggressività sia troppo (ascoltare musica, piccoli e semplici giochi sul respiro, massaggi).
  • Diamo voce alla sua rabbia, mostrandogli che capiamo come succede, che succede anche a noi a volte di sentirci così, ma che le cose restano come abbiamo detto inizialmente, se quella certa cosa non va fatta, ciò va semplicemente accettato. Aiuteremo il bimbo, a verbalizzare le proprie emozioni, accettando la frustrazione che non sempre si può ottenere tutto ciò che si desidera (lasciamo che il bimbo manifesti il suo disagio senza lasciarsi sconcertare da ciò, in medo che presto si riducano queste manifestazioni…).
  • Manteniamo salda la nostra posizione, a questa età i bambini hanno un forte senso della giustizia ma reputano ingiusto tutto ciò che non viene fatto come loro vorrebbero..quindi non lasciamo che ci facciano cambiare idea, noi sappiamo cosa è meglio per loro e li guidiamo nel mondo, senza oscillare continuamente come aquiloni al vento.
  • Non sommiamo la nostra rabbia a quella del bambino, non rispondiamo con la stessa modalità, altrimenti si innescherà un braccio di ferro senza fine. Scegliamo, quando posiamo, di rimanere calmi, in modo da fornire al bambino un reale modello alternativo di comportamento. Ricordiamoci, infatti, che, più delle parole, ci vuole coerenza ed esempio attraverso i nostri comportamenti (a volte siamo aggressivi con le parole, tendiamo ad usare il nostro potere di adulti per farci rispettare…).
  • Introdurre momenti di allegria condivisa, di solito i bambini sono spiazzati nel vederci giocare, scherzare, ridere, mettere in atto, insomma, “la nostra parte bambina”. Questo crea sintonia e rompe il circolo di aggressività-capricci che spesso si crea a casa; giocando e divertendosi con musica, balletti o altro, allenta la tensione e fa sì che il bambino si possa mettere in mostra ai nostri occhi, senza necessariamente agire in modo ostile.
  • Dare poche, chiare e inderogabili regole, serve per muoversi all’interno di un sentiero condiviso, riducendo le variabili che possono innervosire il bambino. Egli, infatti, sa cosa può e non può fare, che sono babbo e mamma a fare le regole, che esistono dei ruoli e ognuno sta nei propri “panni” (il bimbo fa il bimbo, il genitore fa l’adulto che guida..). Questo serve anche per evitare di dire continuamente: “questo no, smettila, vieni qua”, con rabbia e capricci conseguenti. Tutti conoscono le regole e si possono ricordare, anche sotto forma di gioco, prima di iniziare un’attività: “ora andiamo ai giardini, ti ricordi le regole? Si fa la fila per l’altalena, si sale solo 3 volte sulle giostre, non si spinge, così ci divertiamo tutti insieme, ok?”.
  • Fornire qualche scelta e “patteggiare” sui tempi (se la rabbia nasce dal non rispetto delle regole) a questa età i bimbi diventano aggressivi quando sentono minacciata l’espressione di un volere personale, come mettersi i pantaloni gialli, invece che rossi, il fiocco rosa invece che il cerchietto. Si possono dare due o tre scelte, su semplici cose su cui il bambino può scegliere senza andare in ansia ( non si fa scegliere al bimbo dove si trascorre la giornata ma si può chiedere:” vuoi andare a quel parco o all’altro?”). Anche il concetto del tempo è del tutto particolare ancora, per cui, anziché comunicare all’ultimo secondo che dobbiamo andare via o terminare un’attività che i bimbi amano, dare sempre un avvertimento in modo che possano abituarsi all’idea del distacco da luoghi o persone con cui stanno bene (ad esempio si può dire: “ancora tre giri di altalena, ancora due tiri al pallone, poi si saluta tutti e andiamo a casa a giocare, a fare il bagnetto”, o qualche altra cosa che sia per il bimbo altrettanto piacevole.

 

Dott.ssa Giulia Lotti

Psicologa-Psicoterapeuta

Aggressività e gioco: come aiutare i bambini a costruire le loro prime relazioni

Comprendere l’aggressività nelle prime interazioni tra bambini (fascia 0-3 anni)

A partire dai 18 mesi, i bimbi iniziano le prime brevi interazioni con i coetanei: l’altro inizia a destare interesse e curiosità e, insieme a tali emozioni, nasce inevitabilmente anche il rischio di conflitto. Non si può pensare certamente di evitare il litigio, che è parte normale e sana delle relazioni con gli altri. Con il nostro aiuto, però, il bimbo può superare la fase di conflitto e di aggressività, trovando la propria strada nella modalità di interagire con l’altro.

Questo apre un’altra nuova finestra nell’osservazione dei nostri bimbi piccoli: una finestra sul mondo delle relazioni, della socializzazione. Esiste l’altro, lo vedo , lo imito, ci interagisco, lo tocco, lo annuso (ricordiamoci che i bambini studiano molto il nuovo attraverso il tatto, l’olfatto, ci si tuffano, hanno una fisicità molto ben sviluppata), l’altro fa divertire, incuriosisce ma crea anche disturbo perché rallenta a volte i nostri bisogni..

Come è facilmente immaginabile, un bambino non deve sviluppare solo ossa, muscoli ma anche il suo cervello è ancora piuttosto primitivo e questo si vede nell’immaturità di certi processi, come il saper riconoscere un’emozione, attendere quando si ha un bisogno… Queste sono acquisizioni lente, che necessitano dell’acquisizione di  un meta pensiero; quindi non siamo di fronte ad un bambino cattivo, violento, abituato male, viziato, se capita che il bimbo morda, spinga mentre gioca con altri bambini, o si rifiuti di prestare giochi ecc.

Il comportamento non è problematico fino a 4 anni di età, dopodiché, se permane, possiamo cercare di capire meglio davvero il contesto familiare, o alcuni aspetti legati al temperamento.

Prima di tale periodo, invece, si tratta semplicemente di immaturità cerebrale ( per quanto il nostro bambino ci sembri il più maturo, bravo, intelligente) e di prime prove di socialità. Come ogni prima prova, spesso l’inizio è catastrofico (pensate alla prima torta cucinata, al primo giorno di lavoro).

Il conflitto, come già evidenziato,  è parte integrante delle relazioni, senza di esso non si possono definire ruoli e movimenti all’interno della danza relazionale. E’ un passaggio inevitabile per imparare a costruire relazioni, altrimenti si cresce con l’idea che, per coltivare rapporti, o si subisce o si domina sull’altro continuamente. Come non possiamo volere che i bambini siano amici di tutti, prestino tutto a tutti, non è così neppure per noi adulti. Certo è importante insegnare loro la gentilezza, il rispetto ma lasciare che possano scegliere piano piano con chi è quando condividere ciò che è loro. Prima, però,  c’è la fase di possesso (“è mio”), poi l’apertura allo scambio. E’ utile, comunque, che il genitore dedichi sempre un pò di tempo a riparare, dopo un litigio.

Ecco, quindi, che ci siamo tuffati dentro il “mare dell’aggressività”, che è l’altra faccia della medaglia della socializzazione, almeno in questa prima fase. Togliendo innanzitutto l’etichetta di “cosa brutta, imbarazzante”.

Se si pensa al significato etimologico, aggredire vuol dire “andare verso”, senza l’accezione negativa che oggi noi gli diamo.

Prima di addentrarci nella fase di crescita di nostro figlio, chiediamoci però che rapporto abbiamo noi con l’aggressività.

Con gli altri, tendiamo a subirla o ad agirla? Proviamo imbarazzo  di fronte ai capricci, alle urla o quando fa male ad un altro bimbo?

La capacità di entrare in giusta risonanza con le nostre emozioni, di risolvere il conflitto, di essere empatici e fornire cure amorevoli da parte dei genitori,  riduce di molto i comportamenti aggressivi e diminuisce anche il rischio di comportamenti antisociali e bullismo in adolescenza.

 

Come si manifesta la rabbia e l’aggressività nelle varie fasi di crescita?

  • 18 mesi  fino ad allora il bambino non sa esprimersi bene attraverso il linguaggio e, anche per questo, le sue reazioni sono molto fisiche. Spesso mordono, spingono, strattonano  per manifestare che una cosa non va loro bene. Ovvio che questi comportamenti non vanno incitati, né minimizzati, però non colpevolizzare perché non c’è intenzionalità di far male o cattiveria. Semplicemente il bimbo vede un ostacolo ai suoi bisogni e, come può e come per ora sa fare, tenta di rimuoverlo. Il morso, ad esempio, veicola emozioni intense a questa età, anche molto diverse tra loro. Può significare rabbia ma anche, viceversa, sancire un momento di felicità e affetto forti. Fino a tre anni, la bocca è lo strumento privilegiato attraverso cui i bambini conoscono il mondo, quindi il morso, fino a tale periodo, è in linea con la fase evolutiva. Questo non significa libertà, viva il morso, farla facile insomma se il bimbo morde o torna a casa morso. Vuol dire non ragionare con le logiche di un adulto, pensando che il proprio figlio sia cattivo e, viceversa, che l’amichetto di turno lo sia, invitando il figlio a non giocarci più insieme. Bisogna quindi innanzitutto capire cosa ha scatenato il gesto. Se lo ha scatenato la rabbia, fermamente dire NO, allontanare il bimbo e poi, una volta calmato, farlo ragionare con semplici parole sull’accaduto, dando modalità alternative di interazione con l’altro ( MA NON CRITICARE; GRIDARE O UMILIARE IL BIMBO CON FRASI TIPO “MALEDUCATO; CATTIVO; COSA HAI FATTO”). Se invece il gesto è dettato dalla gioia, si riformula bene questo sentimento del bambino, per fare chiarezza in lui ma anche per fargli sentire che ci siamo, siamo sintonizzati con lui, abbiamo capito. Possiamo dire, ad esempio: “ lo so che sei felicissimo di aver trovato Marco ai giardini, è il tuo amico e gli vuoi molto bene…allora non morderlo, che gli fai male, fai una carezza o abbraccialo così (e si mostra il gesto facendolo a lui).
  • Intorno ai 2 anni invece l’aggressività comincia ad essere intenzionale, è ancora molto fisica e rivolta soprattutto a mamma e papà (le interazioni con i pari sono ancora brevi, sporadiche e il gioco è soprattutto individuale), da cui i bambini hanno bisogno di separarsi per affermare la propria individualità e conquistare il loro posto e questo sentimento coincide, dunque, con il processo di costruzione del sé, che inizia proprio adesso.
  • Dai 3 anni la rabbia è rivolta spesso verso i coetanei perché i bimbi interagiscono di più tra loro, cominciano i primi gruppi di gioco libero e simbolico ed è, in questa fase, uno dei modi privilegiati con cui i bimbi provano a farsi spazio all’interno di un gruppo. I bambini non devono essere lasciati soli ad affrontare la rabbia, anche se è un sentimento sano e naturale. Occorre intervenire solo quando realmente serve, non partendo sempre in difesa o in attacco a prescindere, perché si sa che andrà a finire così..questo per far sì che il bimbo acquisti quella sua sicurezza, la sensazione di sapere cosa deve fare e come muoversi. Tra poco vedremo cosa possiamo fare per non essere, né noi né loro, sopraffatti dalla rabbia.

 

Non una ma tante forme di aggressività

Abbiamo visto come l’aggressività cambia in base all’età, ora, prima di pensare insieme quali strategie sono migliori di altre per sopravvivere in questo mare rosso di aggressività, vediamo quanti colori e sfumature ha questo sentimento nella fase 0-3 anni, con l’idea che, prima di intervenire ( questo è il motivo per cui tante ricette magiche o piccoli regolamenti che leggiamo su internet spesso non funzionano e dopo tre giorni torniamo a fare come sempre!!), occorre capire cosa ha scatenato quel sentimento, altrimenti non siamo consapevoli di quello che sta accadendo al bambino (e a noi) ma attuiamo solo un protocollo “spegni rabbia” senza comprenderne realmente il senso.

 

1)Aggressività con senso

 

Quella che ci interessa a scuola, ai giardini, nelle relazioni interpersonali tra pari ma anche a casa, mentre gioca con il fratellino, con i nonni…

Come abbiamo detto all’inizio il cervello (soprattutto la parte superiore del cervello, quella che rielabora le informazioni e media gli istinti, parte sotto amigdala, quella che direttamente ci fa sentire rabbia, dolore, frustrazione: cervello come una casa a due piani, nel bambino la parte sotto e quella sopra non sono ben collegate, come se la scala fosse ancora da costruire) del bambino è immaturo, le emozioni piuttosto primitive per cui questo tipo di aggressività è quella che nasce in risposta a qualcosa che non va come lui vuole o si immagina e ha 3 significati base: mi difendo, aggredisco/attacco, tento a farmi le mie prime amicizie ma a un certo punto le cose mi sfuggono di mano, non so come si fa, non l’ho mai fatto…

Consideriamo che questo tipo di aggressività si riduce proporzionalmente alla capacità maggiore di parlare, acquisendo maggior lessico e strumenti altri rispetto al corpo. Questo tipo di aggressività ha una dimensione prettamente relazionale, se non c’è l’altro, difficilmente sorge, per cui non prendiamola male, ad esempio,  se al nido è aggressivo, non partiamo subito sulla difensiva dicendo “non è vero, a casa non lo fa mai!”

2) Aggressività senza senso

Può nascere quando il bimbo è da solo o in compagnia, spesso sembra senza motivo e ci destabilizza molto perché, proprio perché non c’è apparente causa, tendiamo più facilmente ad incolpare noi stessi o il bambino, insomma non ci sono neppure attenuanti generiche, che a noi mamme tranquillizzano sempre. E non è detto che nasca dal confronto diretto con altri bimbi..tanto che l’educatrice, il nonno, vi può dire: “era lì che giocava sereno da solo con la macchinina e, senza che nessuno gli avesse detto nulla, l’ha lanciata..mah, qui c’è da preoccuparsi..”.

I bimbi piccoli (18-24) lo fanno anche solo per sentire l’effetto di una loro azione: ” se lancio questo oggetto, cosa succede?” Può, però,  essere data anche da uno stress crescente che il bimbo ha dentro e che, ad un certo punto, deve uscire in qualche modo perché causa disagio e non riesce più a sopportarlo. Andando un po’ a ricostruire la scena del crimine, si notano spesso due situazioni opposte ma simili negli effetti: a) il bimbo era a lungo nella NOIA, senza stimoli, senza presenze vicine, senza invito ad un’attività e ha rotto tale emozione con un gesto aggressivo, che rimettesse in circolo un po’ di vitalità, movimento, come via di fuga da qualcosa di spiacevole; b) il bimbo è immerso da troppo tempo in stimoli disturbanti, che lo attivano, che non danno quiete (musica alta, rumori forti in genere, ambiente nuovo, liti, confusione data dagli altri bimbi a scuola, al parco, ad una festa..), non tutti i bambini si sentono protetti in tali ambiente sovrastimolanti e vanno in stress. Per ripristinare questo equilibrio, arriva l’insensato gesto di rabbia; è il segnale che si è offerto al bimbo troppi stimoli e, non sapendoli decifrare così velocemente, è andato in sovraccarico emotivo.

Sapere questo è molto utile perché diventiamo consapevoli che, se per esempio, portiamo nostro figlio ai gigli, al ristorante, poi ai giardini..forse questo attiverà troppo l’ormone dello stress e diventerà aggressivo o nervoso (mentre altri bimbi, più attivi, ci vanno a nozze e va bene così), quindi potremo semplicemente prevenire, in questo caso.

 

Dott.ssa Giulia Lotti

Psicologa-Psicoterapeuta

Percorso di consapevolezza emotiva per bambini dai 6 ai 10 anni

panni-tesi
Per giocare insieme, familiarizzando con le emozioni e imparando a condividerle con gli altri…

L’obiettivo  di questo intervento è prendere consapevolezza con le emozioni provate, potendo dare forma, voce e colore a questi vissuti. Il gruppo, che contiene e protegge, costituisce un valore aggiunto all’esperienza fatta perché stimola e aiuta a percepire i sentimenti nutriti come un qualcosa che ci accomuna e non ci isola.

Apprendere a raccontare le emozioni fin da piccoli, aiuta ad avere le risorse necessarie per poter fronteggiare le difficoltà o le normali fasi di crescita dell’individuo, coltivando l’idea che ognuno dispone degli strumenti necessari per superare i normali ostacoli della vita, nutrendo così fiducia nelle proprie capacità.
terza-tappa2

Laboratorio di lettura animata per i bimbi in visita ai papà detenuti della Casa di Reclusione Ranza

foto-lab-letturaVenerdì 14 luglio 2017, presso le aree verdi della Casa di Reclusione Ranza, è iniziato il laboratorio di lettura dedicato ai bambini in visita ai genitori detenuti, sia del circuito di alta che di media sicurezza.
Questa attività, inserita all’interno del progetto “Padre e figlio”, a sostegno della genitorialità in carcere, è resa possibile grazie al prezioso contributo di due volontarie che offriranno la loro professionalità per agevolare, attraverso la lettura e semplici attività laboratoriali, un più fluido scambio comunicativo tra genitori e figli e, al tempo stesso, stemperare la tensione dei delicati momenti dei saluti, al termine dei colloqui con i papà.
Laura Lotti, insegnante di scuola primaria e Cristina Bursi, educatrice nido, si alterneranno nella lettura animata di testi per l’infanzia, prevedendo poi la realizzazione di un piccolo manufatto che i bambini potranno donare al genitore.
Il primo approccio al testo è stato particolare: c’è chi ne ha avuto un’iniziale paura, confondendo questa attività con il sapore, talvolta faticoso da mandar giù, della scuola appena conclusa. Altri, invece, hanno visto il libro come un elemento che li portava a doversi spostare dalle ginocchia protettive e tanto agognate del papà, altri ancora si sono avvicinati con curiosità, soprattutto per la valigetta piena di gomitoli di lana, colori e cartoncini che spuntava alle spalle della nostra lettrice.
Io mi sono fatta piccola, sedendomi per terra a fianco di una casetta giocattolo che ospitava Giovanni e Ilary, due fratellini intenti ad aprire e chiudere le finestre della loro nuova dimora sangimignanese, ridendo fragorosamente ad ogni sbattere di persiane.
E’ stato bello stare sullo sfondo a godersi quell’intrecciarsi di relazioni umane accese, piano piano, dalla scintilla innescata da un libro, un’abile lettrice e una strana marionetta, “Cicciapelliccia”, appunto la protagonista del testo.
La lettrice, fluidamente, lasciava che le cose scorressero così come venivano..lasciava che Cicciapelliccia venisse annusata, lanciata e, diciamolo pure, a volte strapazzata, da mani di diversa grandezza, perché di differenti età erano i bimbi presenti a colloquio.
Ho notato come i bambini avessero bisogno di toccare il libro, assimilandolo con i sensi, prima di predisporsi alla lettura, lasciandosi andare all’ascolto.
La volontaria ha lasciato che fosse proprio così e, in poco tempo, i bambini manipolavano il libro e, con esso, tutte le parole e i messaggi contenuti.
Era diventata, in un battibaleno, una piccola fabbrica di talenti: chi tagliava, chi incollava, chi intrecciava fili colorati, chi scriveva una dedica per mamma e papà.
Nel circuito della media sicurezza, ho visto una famiglia intera alle prese con disegni il cui focus era mettere su carta una cosa in cui i genitori e i figli si sentivano davvero capaci, riconoscendo l’unicità di ciascuno.
Ho sentito che, in fondo, quella famiglia allargata, composta da un figlio in comune e altri avuti da rispettive precedenti relazioni, erano, per un momento, lì a giocarsi la loro possibilità di dialogare e incontrarsi proprio come avviene a volte nel mio studio, e nella vita in genere.
Un telefono senza fili fatto di risorse, talenti personali e paure finalmente narrabili è stato ciò che ho visto dipanarsi attorno al libro e alle attività da esso scaturite.
Uscendo, ho immaginato con simpatia le celle dei papà detenuti ravvivate da disegni dei vari “cicciapelliccia” fatti dai figli con i fili di lana e sono rimasta colpita dalla risposta della volontaria, alla mia domanda: “sei riuscita a leggere tutto il libro?”.
Lei, sorridendo, mi ha detto “no, non è stato possibile. Ho lasciato che ne facessero esperienza con il naso, con le mani impazienti, con gli occhi timidi e con orecchie talvolta distratte dalla quantità di altri stimoli a cui erano sottoposte…”
Ho trovato quest’approccio alla lettura così delicato, in armonia con la musica del luogo.
Il libro ha saputo essere, a mio avviso, un potente sottofondo in uno spazio dedicato all’incontro tra padri e figli. L’insegnante ha compreso che quell’incontro si gioca in pochi attimi ed è, pertanto, tarato su tempi “stretti”: i dieci minuti del contatto telefonico, le tre-quattro ore dei colloqui visivi fatti ogni due-tre mesi, quando va bene.
In quel tempo e in quello spazio, il libro ha fatto da collante, da alleggeritore di tensione emotiva, da normalizzatore, perché ha proposto un’attività quotidiana all’interno di un rapporto che di naturale e quotidiano purtroppo ha poco, rendendo il momento dei saluti una promessa: il genitore garantisce al figlio che troverà il giusto posto dove custodire il regalo nato dall’attività insieme e assicura di ricambiare presto con un altro disegno, o una lettera, in regalo.
E colpisce come, anche senza leggere tutto il testo, il messaggio del libro sia giunto chiaro a destinazione: se frughiamo ben bene, in mezzo a difficoltà e mancanze, tutti abbiamo un talento da esplorare, una cosa in cui ci sentiamo capaci e insuperabili (o quasi)!
Giulia Lotti,
Psicologa- Psicoterapeuta

Nonno e nipote: la forza di un legame che diviene risorsa per crescere

 

“Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera; la polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luci non vere…….Il bimbo ristette, lo sguardo era triste, e gli occhi guardavano cose mai viste e poi disse al vecchio, con voce sognante: -mi piaccion le fiabe, raccontane altre! “

(F. Guccini)

 

In una società in cui si lavora tanto e a lungo, in cui si inneggia all’autonomia precoce dell’individuo, in cui la coppia è spesso sola ad auto-sostenersi nel progetto di costruzione della propria identità familiare e genitoriale, i nonni sono sempre più delle perle rare, risorse inesauribili di energia, simbolo di sacrificio ed esperienza “rinnovabile”.
I nonni sono, a mio avviso, prima di tutto accesso al pensiero narrativo, all’importante capacità di raccontare e raccontarsi.
Rispondono, con pazienza, ai mille perché dei bambini, ampliano il loro bagaglio di saperi, raccontando i cicli della natura e della storia, tessendo fili sottili nei rapporti di causa-effetto.
Permettono l’accesso alla fantasia e al gioco simbolico, grazie alle ore trascorse a raccontare di mostri, draghi, sirene e principesse.
Aiutano il bambino a imparare a mettersi nei panni dell’altro e a tracciare i propri confini, grazie al tempo trascorso a far finta di essere maestri, dottori, motociclisti, esploratori…..
Con i nonni, i bambini possono ricevere testimonianza dell’infanzia dei loro genitori, vedere i luoghi in cui sono cresciuti, giocare con i giochi del passato e, talvolta, anche dormire nei letti che hanno, un tempo, ospitato i sogni dei papà e delle mamme.
Camerette che i nonni, con amore, hanno conservato quasi immutate nel tempo, un po’ per ricordare, un po’ per attendere altre manine cicciotte pronte a scoprire e scombinare quegli spazi.
I nonni incarnano mani sempre tese, occhi dolci che non si stancano di osservare e accompagnare, parole sagge e orecchie mai distratte.
I nonni rappresentano un tempo sospeso in questo mondo veloce: un tempo capace di dilatarsi, di perdersi in giochi e momenti che fanno crescere perché permettono al bimbo di sintonizzarsi con le proprie emozioni, vedendole poi anche riconosciute.
E noi genitori, a volte un po’ gelosi di quel tempo complice che ci è così poco concesso, lasciamo pure che i figli assaporino questi spazi di crescita e arricchimento, che si portino per sempre dentro il profumo di quegli abbracci e il ricordo di quella presa così sicura: la mano del nonno che si intreccia con la loro!

Giulia Lotti
Psicologa- Psicoterapeuta

A cosa serve lo psicologo (secondo me…)

Sul mio lavoro, come su molti altri, si raccolgono pareri discordanti.
C’è chi chiederebbe aiuto allo psicologo per ogni fase di vita o scelta da intraprendere, chi lo rifugge come il peggior nemico, considerandolo un ciarlatano, un mago, un venditore di chiacchiere, uno per chi non ha un buon amico o un familiare con cui sfogarsi.
C’è ancora (ma sono pochi ormai, secondo me) chi reputa lo psicologo una figura per persone fragili, non completamente a posto con la testa.
Tutto questo lo mettiamo in conto e, con un po’ di senso critico e di auto-ironia, magari possiamo ammettere che noi psicologi, a volte, ci mettiamo del nostro affinché la professione venga fraintesa, banalizzata, messa dappertutto con superficialità.
Una volta, in una delle prime interazioni tra mamme, tra un’altalena e uno scivolo al parco, mi fu chiesto: “ Tu che cosa fai?”.
Al mio rispondere: “faccio la psicologa, lavoro….”, mi vedo osservata con sguardo stupito.
Per un attimo, penso che lei trovi interessante il mio racconto, la descrizione di un lavoro che amo profondamente.
Questa mia civetteria viene presto, però, disattesa da una sua constatazione: “ Ah, tu sembri piuttosto normale, di solito gli psicologi sono così strani…..”
Ecco un’altra possibile qualità della categoria professionale a cui appartengo: la stravaganza, l’essere un po’ irrisolti, contorti, a volte goffi…gente strana, appunto.
Con gli anni, ho imparato ad essere meno permalosa e forse anche a prendermi un pò meno sul serio, per cui accetto tutto, soprattutto perché comprendo che è un lavoro “impalpabile”, così come inafferrabili sono spesso per noi i pensieri, le emozioni, la sofferenza…che fluttuano senza accettare facilmente di farsi contenere o spiegare.
C’è, però, una cosa che ancora mi provoca frustrazione, talvolta addirittura rabbia: l’idea dello psicologo “usa e getta”, “dammi un consiglio al volo”, “ interpretami quel sogno”, “del secondo te, perché?”
Spesso vengo fermata al volo, o anche contattata in modo canonico, per soluzioni rapide ad un problema specifico.
Il problema può avere ambiti e sfumature diverse: capricci dei bambini, ansia, problemi a scuola, crisi di coppia, paure improvvise.
E’ difficile non perdere credibilità senza cedere alla tentazione di dare ricette, risposte uguali per tutti, soluzioni veloci e durature nel tempo. E’ impopolare provare a far comprendere che l’apprendimento di tecniche, senza una relazione di cura ben avviata, è spesso solo un esercizio di stile (e, forse, anche di potere…).
Proprio in questo, però, risiede l’idea che ho io di “cosa uno psicologo dovrebbe fare” e del perché
“ serva studiare per essere psicologi”.
Non basta un po’ di buon senso? Non basta un po’ di buon cuore? Non basta offrire una spalla su cui piangere?
Sono tutte cose utili, certamente, ma no, non credo che bastino.

Fare lo psicologo, per me, significa….
Dare ossigeno, spazio, affinché la persona possa, prima di tutto, esistere e raccontarsi, scoprendo la propria unicità.
Dare e darsi tempo per poter rivisitare il passato, a partire dall’oggi, per capire, o meglio“sentire”che ci muoviamo all’interno di storie antiche, che spesso si ripropongono.
Considerare il corpo, la mente e le emozioni come perle preziose di un’unica collana capace di muovere consapevolezza.
Saper custodire le “perle preziose” di un paziente fin quando non è pronto a guardarle, poi a indossarle, poi ancora a decidere cosa farne.
Accogliere i silenzi, senza aver fame di riempirli.
Offrire una guida verso le risorse, le possibilità, le storie che una persona può ancora mettere in gioco, nonostante “il problema”.
Aiutare ad accettare le proprie fragilità, potendole mostrare e non più nascondere.

Lo psicologo, per me, somiglia al lavoro di colui che aiuta a tessere un tappeto prezioso, un pezzo unico, inimitabile per colore e filato.
L’esperto in questione non sono io, anche perché sono parecchio maldestra come tessitrice… L’esperto è la persona che ti si siede davanti, con molti fili colorati, preziosi ma annodati.
Io so solo che ci vuole tempo per trovare nuovi modi per continuare la tessitura ed esorto alla pazienza.
Poi so che qualche nodo non ha mai compromesso la qualità del manufatto, per cui esorto all’accettazione.
Forse immagino anche che non tutti i fili siano stati acquistati insieme, che alcuni siano più datati di altri..per cui chiedo al tessitore di congiungere memoria e cuore.
Ricordo che per ogni cosa che non sia fatta dalle macchine, ci vuole il suo tempo, per cui invito a prendersi lo spazio per raccontare di quel tappeto, sentendone anche il peso.
Talvolta tengo quei fili e tutti i miei pensieri fin quando non vedo una luce negli occhi del tessitore; allora provo a lasciare il testimone…ma sono lì presente, se la fatica è troppa e, cosa ancor più importante, cerco di tenere il nostro spazio lontano dalle aspettative.
Poi, un giorno, e poi un altro e ancora un altro, di quel tappeto si parla sempre meno.
E’ lì, sotto i piedi della persona, tornato al suo posto. A volte si tira un filo, a volte compare una macchia ma il tessitore ci sorride o almeno pensa che sia “il suo tappeto, nonostante le imperfezioni”.
Io accompagno soltanto questo processo, che non è mai uguale, che non ha segreti da rivelare all’istante o soluzioni efficaci ma che, come ogni umana faccenda, ha bisogno di tempo, spazio, aria e calore, sbagli, fiducia e affetto.
E quando tutto ciò è stato tessuto, allora si può anche rispondere ad una domanda al volo, insegnare una tecnica, offrire soluzioni…!

Giulia Lotti
Psicologa- Psicoterapeuta

Alcuni buoni motivi per salire sul tappeto volante…. del rilassamento!

 

 

Il primo incontro con un bambino in terapia, è spesso segnato da uno sguardo attonito: lui-lei sono stati accompagnati dal papà e dalla mamma, con la promessa di trovare uno spazio di gioco, di divertimento, di ascolto…

Entrando, un bambino trova, se la giornata è bella, finestre da cui entra molta luce, oltre le quali si vedono grandi alberi e qualche tetto.

Se invece è brutto, nuvoloni grigi che giocano a nascondino, avvicinandosi al vetro per poi scomparire dalla visuale. Spostando lo sguardo all’interno, fogli colorati, matite e pennarelli e, per sedersi, due tappetini.
Dal diffusore, fanno capolino profumo di menta se arrivo stanca, di lavanda se sento il bisogno di tranquillità.
Forse quegli occhi cercano per un pò una qualsiasi traccia di qualche gioco tecnologico, di un computer, magari anche solo del mio cellulare ( che c’è, ad onor del vero, ma appoggiato in un angolo della scrivania).
Presto, però, si abituano a quel poco, si mostrano complici nel rituale fatto dal sistemare i tappetini, aggiungere qualche cuscino, aprire gli occhi per vedere se sono davvero ancora lì, ad accompagnarli in quel viaggio apparentemente fatto di niente, di luce e silenzio, con l’idea di accogliere la noia, dandole forma.
Diminuire gli stimoli esterni per accendere quelli interni, per far conoscenza di sé.

Non sto parlando del tappeto magico di Aladino, anche se un giretto non lo rifiuterei, ma della pratica del training autogeno, semplici tecniche di rilassamento di cui il bambino può fare esperienza, anche con la presenza del genitore.
Ascoltare il nostro corpo, percepire la differenza tra tensione e rilassamento muscolare, connettere tali sensazioni con i personali stati emotivi, permette di autocentrarsi, trovare risorse anche (e soprattutto) in mezzo al nulla, mantenere più a lungo l’attenzione su di sé e sull’esterno.
Fermarsi permette, a volte, di viaggiare con l’immaginazione, agevolando la capacità simbolica, la fantasia, dar voce a una difficoltà ma potenziare, anche, uno stato di gioia, prendendone piena consapevolezza.
Questo tipo di silenzio interiore, aiuta anche a mettersi in ascolto di tutte le sensazioni che arrivano dai nostri canali percettivi: chiudere gli occhi, per accendere uno sguardo interiore, percepire suoni che altrimenti passerebbero inosservati, appoggiare le mani lungo il corpo per avvertire, con il tatto, lo spazio che occupiamo con la nostra persona, annusare profumi dell’ambiente circostante e della memoria.

Quei tappetini, disposti da un professionista se se ne presenta la necessità, se ci troviamo di fronte ad un disagio che ostacola la nostra quotidianità, se un’emozione fatica a fluire all’interno dello spazio familiare, se si avverte il bisogno di essere prima guidati per poter accedere più agevolmente al racconto di noi, possono però diventare tranquillamente anche un rituale tra il bambino e il genitore (e, perché no, tra il genitore e il genitore!).
Non importa se non si ricordano le parole, se seduti vicini ci sentiamo un pò goffi..affiancare quei tappetini, in risposta alla noia del bambino, alla fatica a “stare”, a fermarsi e porre attenzione ad una attività, scolastica o familiare, a stare nella dimensione dell’attesa, al non saper dare un nome alle proprie emozioni, è come dire al proprio figlio:

“fermati, fermiamoci, hai un grande patrimonio e io sono qui con te, interessato a scoprirlo con te..hai un corpo, capace di sentire freschezza e calore, pesantezza e leggerezza, fatica e ristoro. Hai occhi capaci di vedere, un naso fatto per indovinare profumi, due mani nate per “impattare” con il mondo, con la sua morbidezza e durezza, talvolta.. Hai orecchie per ascoltare la tua storia e quella degli altri…e tutto questo è un tesoro inesauribile, che non potrà mai annoiarti e, altro dettaglio non da poco, che non costa nulla!”

Credo sia importante che noi adulti ci ricordiamo e, al tempo stesso, che i figli apprendano quanta ricchezza abbiamo da mettere in circolo, in modo che quando fuori non troviamo stimoli, soddisfazione, o quando incontriamo paure, incertezza, semplici noie o apatie momentanee, possiamo confidare in ciò che ci è stato dato in dotazione: un corpo che sente, una mente che pensa, riflette e prova emozioni.
Il rilassamento agevola tale dimensione, favorendo questa autoconsapevolezza e poi, dopo il riposo, fogli e matite sono lì per raccontare degli incontri fatti, i luoghi visti, gli abbracci ricevuti, le paure spuntate da un cespuglio…insomma tutto quel mondo e le possibilità che a volte soffochiamo con la nenia del “ che noia, non so che fare….!”
Allora, siete pronti a salire su quel tappeto??

Giulia Lotti
Psicologa- Psicoterapeuta

Radici, nutrimento e occhi benevoli: dialoghi inconsueti sull’amore genitoriale

Qualche giorno fa, mi sono persa in libreria.

ti-voglio-bene-anche-seOgni volta che ho un pò di tempo libero, senza dita che devono battere lettere sulla tastiera, mani indaffarate a tenere borsoni da calcio, passeggini e bambole, fazzoletti per gli eterni raffreddori, mi chiedo come poter investire quello spazio, fisico e mentale, in modo da trovare un pò di nutrimento da rimettere in circolo poi, trasformandolo in energia buona per me e per gli altri.

Ed è stato da questo girovagare tra i pensieri, che è partito il mio perdermi tra libri di vario genere: letteratura per l’infanzia, testi di psicologia, classici che da tempo mi promettevo di acquistare.
Da quel giorno, mi sono trovata spesso a posare lo sguardo sui libri scelti, uno per me, uno per i miei bambini, trovandoli molto simili, per quanto strano possa sembrare.
“Memorie di una ragazza perbene”, di Simone de Beauvoir mi porta dentro un racconto autobiografico, attraverso un’infanzia vissuta nella Parigi dei primi del 900, scandagliando emozioni e figure di riferimento di una bambina che si affacciava alla vita.
Il libro inizia con una fotografia delle prime esplorazioni e interazioni con il mondo, da parte dell’autrice.
I ricordi sono orientati da una vivida percezione di aver potuto guardare il mondo con curiosità e, al tempo stesso, protezione, “al riparo”, per usare le sue stesse parole.
Quel conforto, quel riparo, la base sicura da cui partire e tornare, era offerta dalla figura di Luise, la balia.
L’autrice la disegna così, con le parole di una bambina innamorata: “Ella, o almeno così credevo io, non esisteva che per vegliare su mia sorella e su me, non alzava mai la voce, non mi rimproverava senza ragione…Verso sera, Louise si sedeva accanto a me, mi mostrava delle figure e mi raccontava delle storie. La sua presenza m’era necessaria e mi pareva naturale quanto la terra su cui posavo i piedi”.
Immagino, con il proseguire delle pagine e con i ricordi intrecciati ad altre storie di vita, ai racconti che ho il privilegio di accogliere durante il mio lavoro, che quella bambina sia divenuta una ragazza e poi una donna libera di maturare le proprie scelte, vivere secondo il personale sentire, non perdendo mai la sicurezza delle proprie radici, conservando il calore di quegli occhi benevoli orientati, come un faro, su di lei.
L’essere nutrita, accudita, stimolata con amore, voglio credere che abbia fatto di lei un’adulta capace, a sua volta, di nutrirsi, accudirsi, guardarsi con amore..
Questo pensiero mi sposta sull’altra lettura, di Debi Gliori, “Ti voglio bene anche se..”, i cui protagonisti sono Maxi e Mini, un piccolo volpotto e la sua mamma.
Apparentemente due mondi separati: Simone de Beauvoir cosa potrà mai aver avuto in comune con un libro cartonato sulle volpi?
Eppure, quest’ultimo libro l’ho acquistato pensando “ai grandi”, a me stessa, alle persone incontrate in terapia e stupite dal fatto di poter parlare senza che io mi preoccupassi di emettere un verdetto, un giudizio che li assolvesse o li condannasse…e non dico questo per onnipotenza ma per l’antico timore, che in molti conosciamo, che l’amore debba essere un qualcosa da meritare, da guadagnare dando altro in cambio.

L’ansia, il bisogno di controllo, la dipendenza emotiva, i disturbi alimentari credo che abbiano una storia in comune: è la storia di una piccola volpe piantagrane, a volte goffa, che strilla, si arrabbia, si comporta come non dovrebbe e chiede, impaurita, alla mamma se l’amore che prova per lei avrà mai fine o potrà essere oscurato da un atteggiamento sbagliato, da errori commessi.
E dopo varie prove d’amore, dopo aver presentato alla mamma il peggio di sé, dopo essersi accertata che le vorrebbe bene anche se diventasse un terribile coccodrillo o un orso mangia ossi, Mini chiede: “Ma l’amore si consuma? Se si scolla, si riattacca? Se si rompe, se si strappa, poi si aggiusta, si rattoppa?”
Maxi, abbracciandola, risponde. “Non lo so. Quel che penso io però è che per sempre ti amerò”.
La radice di molta della sofferenza dei grandi, anche se può prendere la forma di un respiro che non fluisce, del bisogno di ordinare e sistemare, del minuzioso controllo del cibo da ingerire, del bisogno di trovare negli occhi compiacenti di un altro la misura del proprio valore, appartiene a quel bisogno frustrato o accolto in modo intermittente, di sentire amore a prescindere dagli sbagli.
Trovare una volpe capace di abbracciare al termine di un capriccio, di contenere una rabbia che pare esplodere con la forza di un tornado, sentire che si è voluti nonostante non si risponda sempre ad un ideale, permette di crescere con la consapevolezza delle proprie emozioni e con quel tanto di sicurezza che ci consente di misurarsi con le piccole- grandi esperienze di dolore e fallimento, senza sentirsi sopraffatti.
Simone de Beauvoir e le volpi della storia, forse nella mia libreria a volte si parlano, si raccontano che è difficile essere per l’altro una “presenza”, una bussola costante e rassicurante..sicuramente la mamma volpe avrà detto all’autrice che non sempre riesce ad essere quello che Louise rappresentava per la piccola Simone..due occhi benevoli sempre orientati su di lei.
Simone la rassicurerà, dicendole che, in fondo si cresce anche se, a volte, quegli occhi adulti si distraggono lungo il cammino e che ciò che è stato perduto può essere recuperato.
Il cervello umano, infatti, ha la caratteristica di essere plastico, continuamente modellabile sulla base delle esperienze e sulle presenze significative che, di volta in volta, costellano il nostro cielo….per cui le connessioni a volte perdute tra adulto e bambino, possono essere recuperate o compensate con altre reti, altre positive interazioni tra esseri umani.
Nulla è perduto, dice forse Simone alla mamma volpe…c’è sempre spazio dentro di noi per nutrire quella radice che ci ricorda di appartenere a qualcuno, che ci rammenta di amarci e amare anche se imperfetti, che ci fa smettere di lottare strenuamente per raccogliere consensi, che ci instilla il dubbio che l’amore non sia una cosa misurabile con punteggi di merito.

Giulia Lotti,

Psicologa-Psicoterapeuta

L’orologio familiare necessita di continue sincronizzazioni

 

 

La casa di reclusione Ranza di San Gimignano, da giovedì 16 marzo, ha aperto l’area verde per i  consueti colloqui con i familiari dei detenuti, organizzando nelle giornate di venerdì 17 e sabato 18, animazioni per i bambini che sono venuti in visita ai genitori, in occasione della festa del papà.

I detenuti, sia dell’alta che della media sicurezza, afferenti al progetto “Padre e figlio”, nelle ultime settimane ai gruppi si mostravano emozionati e, in parte, anche in difficoltà, per l’arrivo dei figli e sentivano il bisogno di essere rassicurati, prevedendo ogni minimo gesto, domanda, ritualità di quelle giornate.

Marco, che ha da poco concluso le pratiche di riconoscimento del figlio, nato quando lui si trovava già in regime detentivo, mi dice: “Dottoressa, lo sa che mio figlio prende l’aereo per la prima volta per venire qua? Chissà cosa penserà una volta arrivato, se mi chiederà di comprargli qualche gioco in particolare e, soprattutto, ci insegni a dire no ai figli..quando si vedono così poco, non si riesce a fare la parte dei cattivi con loro e quella parola scomoda, il NO appunto, finiamo per farla pronunciare sempre alle mogli, alle zie, alle nonne..”.

Said mi rassicura, dice che tutte le sue preoccupazioni rispetto alla distanza della figlia allo scorso colloquio erano state eccessive. “ Aveva ragione lei, Dottoressa, la bimba non ce l’aveva con me, quel giorno era solo stanca o forse si portava qualche brutto pensiero già da fuori, non voleva rifiutare un mio gesto d’affetto. Me lo ha proprio scritto in una lettera”.

Nelle loro domande, nelle scarpe sempre bianche e pulite, nei gesti nervosi delle mani che accompagnano e danno enfasi alle parole, ai dubbi, sento la fatica di incastrare tra loro realtà e dimensioni temporali così diverse

Il tempo dentro è ben cadenzato da una quotidianità che si ripete e rincorre sempre uguale a se stessa, con pochi imprevisti, tutto è tenuto sotto controllo..c’è un’ora per fare ogni cosa..

Fuori, invece, e le mamme lo sanno bene, il tempo corre, i neonati diventano presto bambini e i bambini in un soffio divengono ragazzi, con la fatica di stare in scarpe che in fretta divengono strette ma, ancora, con gambe non sufficientemente forti per camminare da sole.

Fuori, ci sono imprevisti, repentini cambiamenti di umore, corse al tempo, persino richieste di doni di ubiquità talvolta…ed è difficile che questi due mondi, abitati da tempi così diversi tra loro, si incontrino e si sintonizzino in un orologio familiare che scorra fluido ed armonioso.

Ne è un esempio l’ansia di Francesco, che al gruppo racconta della paura che a casa sia accaduto qualcosa di brutto. “ Dottoressa dovevo telefonare ieri alle 15, come faccio ogni martedì..mio figlio a quell’ora è tornato da scuola e mia moglie lo porta a casa della nonna, dove io di solito telefono perché là c’è il fisso e in 10 minuti posso sentirli tutti e tre. Certo, quando mio figlio parla veloce e non ci mette un’ora per dirmi che a scuola ha preso finalmente un bel voto..io sono lì che fremo, vorrei già pronunciare la domanda successiva perché quei minuti scorrono talmente veloci.. Pensi che invece oggi il telefono è suonato a vuoto, l’agente mi ha fatto pure ripetere la chiamata, ma niente, nessuno ha risposto. Temo che sia successo qualcosa di brutto…

La mente, allora, va alla mia vita, di mamma e lavoratrice, penso alle mie corse e lotte al tempo, a tutte le telefonate a cui non ho risposto perché all’ultimo alla bimba è venuto un gran febbrone e c’era da correre dal dottore, oppure un paziente che faticava a stare nei tempi della seduta perché la solitudine era troppa per uscire dalla porta e provare ad affrontarla da solo ed ecco che, viceversa, sono in ritardo rispetto al mio rientro a casa…e nasce sul mio viso un sorriso di comprensione, che fa da congiunzione tra la paura di chi, immobile, come Francesco attende che una voce risponda al telefono e la moglie che, magari, quel giorno, ha corso cercando di essere puntuale ma qualcosa, come spesso accade a chi si muove all’interno della giornata come un equilibrista sul filo sottile, l’ha fatta ritardare.

Nelle giornate dedicate alla festa del papà in Istituto, la mia collega ed io, abbiamo cercato forse proprio questo: essere, con la nostra presenza, un ponte tra diverse realtà. Un ponte tra il paterno e il materno, il dentro e il fuori, l’imprevisto e la routine, la lentezza e la rapidità dello scorrere del tempo, il mondo adulto e quello dei bambini.

Abbiamo provato a favorire il gioco con i figli, la vicinanza e il calore di due persone, che sceglievano attentamente i colori e si osservavano con attenzione e amore, per fare i rispettivi ritratti.

Abbiamo provato a far vedere ai padri che si può restare dei seri punti di riferimento per i figli anche dopo aver sudato sotto il sole a giocare a bandierina con loro, a colorare un disegno lasciato in dono, che poi altro non è che un modo per lenire il difficile momento del distacco e dei saluti.

Certo avevamo ben presente che quei giochi, quegli abbracci, le fotografie e persino il tempo benevolo con quel tiepido sole di primavera, avevano un retrogusto amaro, che abbiamo provato ad accogliere, a non ignorare..perchè i bimbi, che stavano su due giardini recintati l’uno di fronte all’altro, rispettivamente chiusi da cancelli e reti di protezione, chiedevano perché non potessero giocare insieme, visto che i loro papà afferiscono a circuiti diversi e vige il divieto di incontro.

Le domande dei bambini vanno accolte, anche quando sono scomode e sembra che rovinino l’atmosfera di festa di un giorno di sole, vanno accolte con la delicatezza con cui vanno protetti i bambini, la loro dolcezza e i sogni.

A volte, però, i bimbi spiazzano e non sappiamo cosa rispondere, soprattutto quando un pugno allo stomaco segue le loro ingenue ma forti domande.

La risposta è arrivata facendo squadra, mettendoci a fianco dei papà, che non si sono sottratti dal rispondere in prima persona che “no, purtroppo quel cancello non si poteva aprire, è una regola.. però ci si poteva lanciare il pallone da una rete all’altra, in modo che i bambini potessero fare dei turni per quel gioco…trovando, a loro volta, un modo per fare ponte”

Sono venuta via da quella giornata emozionante e stancante, arrivata a conclusione di una  settimana dove non sono mancati imprevisti e necessità di rivedere più volte i piani in corso d’opera, pensando che quando ci si guarda, ci si ascolta, si prova a sentire ciò che l’altro prova, congiungere è possibile, le distanze si possono in parte colmare.

Giulia Lotti

Psicologa-Psicoterapeuta

La regolazione degli affetti e la riparazione del sé in carcere

La regolazione degli affetti e la riparazione del sé in carcere

Il racconto di un’esperienza psicoterapeutica di
“sintonizzazione emotiva”

Allan Shore, nel testo “La regolazione degli affetti e la riparazione del sé” (2008, Astrolabio, Roma), unisce ed incrocia le classiche teorie dello sviluppo emotivo (a partire dai vari tipi di attaccamento presentati da Bowlby) con la ricerca neuroscientifica.
In quest’ottica, l’organizzazione e la ristrutturazione del Se’, avverrebbero grazie alla capacità dell’individuo di regolare le proprie emozioni, in funzione anche dell’esperienza assimilata di sintonizzazione emotiva con l’altro.
L’autore sottolinea come la possibilità del neonato di sintonizzarsi con la mente della madre o di chi si prende cura di lui, sia indispensabile per promuovere la maturazione dei circuiti cerebrali che mediano la capacità di autoregolazione.
La relazione con l’altro induce uno sviluppo neurologico, in particolare nelle primissime fasi della vita, ma la plasticità dell’emisfero destro del cervello, che regola le componenti preverbali o non verbali della comunicazione, per fortuna, non si estingue mai.

E’ intuibile, quindi, come il processo psicoterapeutico diventi occasione di recuperare, o costruire per la prima volta, uno scambio interpersonale, emotivamente caldo e significativo, in grado di agevolare il senso di sé, definendo meglio le risorse e le peculiarità dell’individuo, avviando una comunicazione interiore più fluida tra “corpo, mente, emozioni”, in un crescendo di consapevolezza personale.
Comunicare, in terapia, diventa così un modo per riconoscersi, differenziarsi, essere accolti e, a nostra volta “accoglierci”, focalizzando anche limiti e risorse personali.
E nel comunicare, ogni parte di noi diviene prezioso contributo al riconoscimento e alla sintonizzazione emotiva: ecco che non è solo la voce a parlare ma il volto, con la sua espressività, le mani con il loro gesticolare, il corpo con i movimenti di apertura o ritiro, sono lì ad aiutarci a rendere più fluida la narrazione, a rompere il silenzio e, talvolta, invece, ad abitarlo e farlo risuonare.

Tale esperienza può avere svariate cornici…alcune volte agevolanti il processo regolativo, altre volte, invece, persino ostacolanti.
Intendo, con ciò, richiamare l’aspetto visivo e percettivo in genere della psicoterapia: ci si può sedere l’uno di fronte all’altro in uno studio privato, magari reso accogliente, profumato e adeguatamente illuminato, si può, invece, usare come sfondo un ambiente naturale, con i suoi elementi e suoni di sottofondo….si può, ancora, provare a comunicare in stanze piccole, dall’arredo freddo e casuale, dalle pareti anonime e dalle scrivanie grandissime, talvolta distanzianti, intorno alle quali i ruoli si irrigidiscono e le maschere si strutturano.
Penso ai “setting istituzionali” nei quali spesso si svolge il lavoro terapeutico, come i reparti degli ospedali, i consultori, le carceri. Ambienti nei quali “la cornice” entro cui si svolge la sintonizzazione non è agevolante ed è, dunque, quanto mai importante l’espressività dei protagonisti del quadro, il desiderio di allontanare lo sfondo (con i suoi rumori assordanti, gli odori che stridono con il ritmo biologico dello scorrere del tempo, il troppo caldo o l’eccessivo freddo, il bisogno di privacy che deve necessariamente venire a patti con la tutela dell’altro).

Rifletto, in modo particolare, sulla mia esperienza come psicoterapeuta presso la Casa di Reclusione di San Gimignano e di tutto il tempo che ogni volta occorre, sia a me che alla persona che mi si siede davanti, per togliere tutto ciò che renderebbe la sintonizzazione con l’altro e con se stesso davvero difficile o artefatta.
Mi vengono in mente, a questo proposito, gli sguardi disorientati dei detenuti le prime volte che, sedendosi, non entravano nel tunnel delle risposte a tempo, del “raccontami chi sei nel più breve tempo possibile”, del “convicimi del perché dovrei provare a fare qualcosa per te”, ma trovavano un invito a stare insieme, ad avviare il racconto solo dopo aver provato a costruirsi un terreno sufficientemente familiare su cui poter poggiare i piedi senza il terrore di cadere.
Certo, all’inizio il mio dire: -“Ha le mani fredde, non sta bene?”-, oppure: -“ Quella ferita non l’avevo vista, si è fatto male in questi giorni?”, o anche: “- Ha gli occhi stanchi, riesce a riposare?”, o semplicemente: – “Che faceva prima che la chiamassi, ha potuto finire di mangiare, leggere, scrivere a sua moglie, guardare il tg…?”, suonavano come un semplice intercalare, come quando, incontrandosi per strada, il saluto è accompagnato da una domanda distratta su come stia l’altro, domanda a cui nessuno è pronto né a rispondere davvero, né ad ascoltare.
Con il tempo, però, quelle domande iniziali hanno ricevuto risposte e sono state accompagnate da sguardi distesi, vivi, desiderosi di ascoltare quell’interessamento, da sguardi bisognosi di guardare e, soprattutto essere visti.
Con lo scorrere dei colloqui, poi, è nato anche un altro importante presupposto per la regolazione emotiva: l’inclinazione alla reciprocità.
Alle mie domande, seguivano altre domande, in un crescendo di attenzione all’altro e, al tempo stesso, a sé: – “Dottoressa sono le 15 e no ha ancora pranzato, non è stanca?- , ancora: – “ I bambini come stanno, crescono bene?”- , e poi: – “Le dà fastidio se chiudo la porta? Non sento nulla”-.
Poter ascoltare e raccontare presuppone un antecedente bisogno di “mettersi in sicurezza”. La madre non fa forse così con i suoi bambini?
Nessuna madre, solitamente, pensa a portare fuori un neonato a prendere un po’ d’aria senza essersi accertata prima che i bisogni primari del piccolo siano stati soddisfatti. Così, sicuramente, prima lo farà mangiare, lo laverà e lo cambierà, se necessario, e poi lo farà uscire, sicura che, accolte quelle primarie necessità, potrà forse apprezzare il tepore del sole sulla pelle, il gioco di luci e ombre delle foglie sugli alberi e, cullato dall’aria fresca, magari si addormenterà.
La terapia è, per me, un processo di cura che presuppone, in qualsiasi contesto, la necessità di partire dal guardare l’altro, riconoscerne i suoi bisogni di base e le sue peculiarità, mettendo la persona in condizione di “ascoltarsi”, sintonizzando i pensieri con i vissuti percettivi ed emotivi.
E così, possono essere molti i colloqui dedicati al respirare, prendendo lo spazio necessario, poggiare i piedi a terra in cerca di radici sicure, a dare al corpo modo e margine per esistere…presupposto fondamentare per l’avvio di un racconto permeato di senso, capace di fare luce sulle inclinazioni di ciascuno, inclinazioni che, se riconosciute, riaccendono la speranza, donano energia vitale, leniscono il senso di isolamento e solitudine.

Dott.ssa Giulia Lotti
Psicologa- Psicoterapeuta