Frammenti di leggerezza, per non avere macigni sul cuore

Nella prima settimana di una nuova fase in questo tempo di urgenze, non voglio fare bilanci, né dedicarmi ad una categoria di persone a discapito di altre.

Non partivamo dallo stesso punto, per cui l’emergenza ci ha colpiti e limitati in modo diverso ma credo che a tutti abbia imposto un’inversione di rotta, cambiando piccole o grandi cose.

Ho spesso pensato al fatto che, durante situazioni estreme, ci viene insegnato a non portare dietro il superfluo, a spogliarci di tutto ciò che non è fondamentale e che può diventare un peso, una zavorra.

E’ così nelle prove di evacuazione a scuola: tutti in fila, senza zaini, fiocchetti, borracce e panini..si impara a portare il proprio guscio lontano da un pericolo.

E allora, una volta tolte le foglie esterne, sicuramente le più coriacee ma non necessariamente le più autentiche, cosa rimane? Al netto degli impegni, dei progetti, degli incontri, delle gite fuori porta, dei lavori, dei ruoli e dei titoli, delle abitudini e dei gusti radicati, di cosa siamo fatti noi?

Senza quelle tante “bucce” esterne, si può forse accedere ad una parte leggera che non è, per dirla con le parole di Calvino “superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. 

Da quel togliere dallo zaino pesi e limiti, contattando parti più libere e leggere, si può forse ripartire adesso.

Ho quindi, dopo averlo chiesto a me stessa, rivolto a pazienti, amici, colleghi, familiari, bambini questa domanda: “in questo periodo difficile, ci sono cose o aspetti di te di cui ti sei alleggerito per poter volare verso nuove abitudini e progetti?”

Quello che mi è tornato indietro, come sempre, è stato molto di più di ciò che avessi dato e sperato. Fotografie, lettere, frammenti di parole preziose come fiori di loto, che restano bellissimi nonostante nascano dal fango.

Ecco alcune di queste risposte sulla leggerezza, spero che possiate godere del panorama e, se vorrete, aprire anche voi un piccolo scorcio di ossigeno sul mondo, condividendolo con un messaggio. Come per un viaggio, chi ancora non ha visto quel panorama, ve ne sarà certamente grato e voi potreste focalizzarlo più nitidamente, se è vero, come è vero, che ci vuole un testimone per sancire i momenti importanti della vita e vederli nella loro luminosità.

 

 

Scorci di leggerezza…

 

“Mi sono liberato dall’idea che dovessi controllare tutto e mostrarmi perfetto per essere amato”.

“Mi sono spogliato dell’idea che, per sentirmi nel giusto, dovessi sempre correre. Ho capito che rallentare dilata il mio tempo e lo arricchisce di senso”.

“Di fronte a una lista di cose da fare, ora non sento più un senso di impotenza”.

“Mi sono alleggerita dell’idea che non avessi poi tanto bisogno degli altri. Adesso posso dirmi con maggiore libertà che mi manca il contatto, le mani che si incontrano per scambiarsi un accendino”.

“Mi sento alleggerita pensando che mi posso alzare e gestire io i miei impegni e non qualcun altro”.

“Mi sono sentita leggera ogni volta che ho potuto ascoltare la natura senza il ticchettio dell’orologio, fatto carezze ai miei animali, sentito l’assenza del cattivo odore prodotto dallo smog. Ho avvertito leggerezza ogni volta in cui, finalmente, mi sono sentita anche io”.

“Mi sono sentito leggero forse nell’osservare che la mia ipocondria veniva adesso condivisa da molte altre persone e ho percepito di essere meno solo”.

“Mi sono liberata dell’idea di spremere ogni momento e che, come Cenerentola, in ogni uscita potesse spuntare il principe azzurro a salvarmi”.

“Mi sento leggero per aver ristretto le mie ipotesi sul futuro alle 24 ore, senza il bisogno di andare troppo in là”.

“Nonostante gli stati d’animo legati ad ansia, paura, preoccupazione e nervosismo, la mia CASA è stata per me davvero un rifugio. A casa con la mia famiglia, ho sentito il mio cuore leggero”.

“La leggerezza di scoprire nuove abilità e vecchie passioni, lasciate indietro non per mancanza di tempo ma per non scontrarmi con la delusione di non aver fatto quello che avrei voluto nella vita”.

“Un libro, i fiori e un maglione. Non avevo mai pensato prima di metterli insieme…di accorgermi come in maniera semplice hanno fatto un pezzo di strada con me, e mi hanno aiutata a rendere il bagaglio più leggero… un fiore bianco, il preferito di nonna. I fiori bianchi che comunque fioriscono…sempre”.

“Ho cercato di volare verso nuove abitudini: talvolta ho volato alto, talvolta sono rovinosamente caduta a picco. Mi ha dato allegria creare una nuova rete di legami con le “mie” persone che, se prima erano importanti, ora sono fondamentali.”

“Mi ha reso orgogliosa e piena di speranza vedere che la forza di volontà rende tutti capaci di compiere nuove imprese nel mio lavoro di insegnante”.

“Se per alleggerita si intende spogliata di qualcosa, in casa non ho indossato mai le scarpe!” 

“Ho contattato la mia fragilità, sentito che c’è più gioia nel dare che nel ricevere…mi ha colpito l’amore tra i coniugi, il loro sostenersi se malati…”.

“Mi sono visto togliere molte cose ma mi sento alleggerito dal non dover più correre da un impegno all’altro: come se avessimo tirato il freno della macchina e ora andiamo tutti più piano. E io mi sento un pochino più rilassato”.

“Mi sono sentita un pò leggera ogni giorno, mentre ballavo in cucina”.

“Ho sentito, proprio in questa situazione paradossale, una sorta di alleggerimento nei rapporti interpersonali e ho tirato le fila di un nuovo equilibrio di rapporti”.

“Mi sono ritrovata, come non mi accadeva più dalla maternità, a riprendere parte alla vita economica, politica, nazionale del paese”.

“Sono cadute le nostre maschere, le nostre pretese e abbiamo scoperto che abbiamo bisogno di tutti, anche se ormai adulti. Abbiamo bisogno di un segno di tenerezza, di amore, di saluto perché siamo pensati per essere con gli altri”.

La leggerezza non toglie il peso, né restituisce del tutto il fiato che a volte in questi giorni manca ma costituisce lo spiraglio tra le porte chiuse, la speranza nella delusione, l’asso in questa partita difficile.

Giulia Lotti

Psicologa-Psicoterapeuta

Ripresa attività presso studio professionale: aggiornamento fase 2 per emergenza COVID-19

Cari pazienti, 

il nuovo DPCM 26 aprile 2020 non produce nuovi effetti sull’attività professionale degli psicologi che, in quanto prestazione sanitaria, di fatto non è stata mai sospesa.

Restano valide tutte le precedenti indicazioni date dall’Ordine in merito alla possibilità di svolgere la professione ottemperando alle misure di contenimento del rischio infettivo attraverso:

  • distanziamento interpersonale di 1,80 metri
  • utilizzo dei DPI*(mascherine, di cui provvederò a dotare lo studio nel caso il paziente ne sia sprovvisto)
  • pulizia e igienizzazione del locale e degli oggetti con soluzioni idroalcoliche
  • evitare la permanenza in sala d’attesa
  • aumentare il tempo di ricevimento tra un paziente e l’altro in modo da areare e igienizzare lo studio.

Gli spostamenti tra comuni sono consentiti, permangono le motivazioni già vigenti: lavoro, salute, stato di necessità a cui si aggiunge incontro con i congiunti.

Permane l’obbligo dell’autocertificazione a garantire l’effettiva presenza delle motivazioni previste.

Dopo le doverose informazioni burocratiche, ci tengo ad aggiungere una nota emotiva, che da sempre contraddistingue la relazione di fiducia che, nel tempo, abbiamo costruito insieme e che, con chi arriverà allo studio, tesseremo anche in questi tempi difficili.

Nonostante la paura, questa nuova fase ci chiama all’assunzione di nuove responsabilità ma ci invita anche alla sfida coraggiosa di costruire un modo nuovo per stare insieme, chiedere e dare aiuto, incontrarci e, più semplicemente, vivere.

Proprio per questo, se il mio studio nasce come spazio per condividere tutto questo, dipanare emozioni e relazioni, trovo giusto provare insieme a ripartire, con le accortezze, i limiti e le sfide che questi giorni ci mettono davanti.

Da lunedì 4 maggio, quindi, si potranno proseguire i colloqui on line o tornare alla psicoterapia direttamente presso lo studio.

Rimane attiva la modalità di terapia telematica perché credo, come sempre, che sia importante che ognuno trovi il proprio passo  per tornare a “camminare”.

Un abbraccio coraggioso,

Giulia.

Poggibonsi, 28 aprile, 2020

* in data odierna, siamo ancora in attesa di sapere se la distanza di sicurezza è una misura sufficiente o se occorre, in ogni caso, indossare anche la mascherina. Ci adegueremo appena riceveremo chiare informazioni in merito.

Supportare i bambini (e noi stessi) in questo tempo lento e faticoso

Supportare i bambini (e noi stessi) in questo tempo lento e faticoso

Sono trascorsi diversi giorni da quando, metabolizzata la necessità di dover rimanere più tempo possibile in casa per ridurre il rischio di contagio, abbiamo cominciato a interiorizzare una diversa routine, per dare nuovo senso a questi giorni, nella speranza che non siano momenti pieni solo di stanchezza e di “vorrei”.

I primi giorni, forse, conservavano più smarrimento ma anche curiosità per questo nuovo tempo da riempire, creatività, energia da spendere per noi e per i nostri figli.

E’ probabile, però, che una volta che anche il nuovo è diventato familiare, siano arrivati  un senso di fatica, di incognita per il non sapere né quando, né come questa emergenza finirà e neppure come potrà essere da allora in poi.

Nel mentre, si alternano note di sconforto, timore serpeggiante, inquietudine e perché no, a volte anche di felicità per non avere l’orologio che cadenza ogni attimo, per fare insieme ai propri cari cose semplici e quotidiane che, chissà perché, fino a poco fa ci sembravano forse pure un pò noiose.

In questa danza di emozioni discordanti, ci troviamo a correre e, un pò come accade poco prima dell’arrivo, ci manca il respiro, a volte arranchiamo e ci chiediamo molte cose, avendo, però, ben poche risposte.

Questo essere in salita e non vedere mai oltre la siepe, ci mette ad un bivio: posso imboccare il sentiero della rabbia, scagliandomi contro chi ho accanto, nell’infinito elenco “di cosa ho sbagliato e di cosa non va”, oppure incamminarmi dentro quella stradina che ha uno strapiombo fatto di sfiducia di “quasi quasi mollo, tanto che differenza fa”.

Nessuna delle due strade è percorribile adesso. Non se vogliamo provare ad essere per i nostri figli, e prima ancora per noi, quella “base sicura” per cui avevamo tanto a lungo faticato finora.

Azzarderei che, in una contingenza come quella che attraversiamo attualmente, non c’è un limite netto di età per cui non valga più essere un punto di riferimento, una luce nel buio, un decodificatore di emozioni e pensieri, per i figli che abbiamo a casa con noi.

Questo tempo, ci offre senza dubbio una sfida nella sfida: mostrare ai piccoli e meno piccoli di casa come si tollera una frustrazione, come ci prendiamo cura di un dolore o di una paura, come possiamo conservare una scintilla di speranza in un presente un pò stagnante e in un futuro tanto incerto.

Ma come posso essere tutto questo: luce, carezza, conforto, tenuta nella fatica, se arranco, se mi demotivo, se sbuffo, se mi sento inadeguato?!?

Si può, perché siamo umani e i nostri figli devono e possono vedere che sotto i nostri abiti c’è tutto questo groviglio di imperfezione e di timori. Ma possiamo provare a nuotarci dentro, diventando sempre più abili a dire e a dirci in che acque stiamo navigando.

Se diamo un nome alle cose, lo faranno anche loro. Se mostriamo fragilità, lo faranno anche loro. Se offriamo conforto a questi piccoli o grandi momenti di difficoltà, lo faranno anche loro e impareranno ad essere forse adulti che esprimono le loro emozioni, che confortano, che provano a resistere nella fatica conservando senso e speranza.

Per rendere questo praticabile, è utile aprire un dialogo con i bambini, in modo che ciò che si ha dentro diventi reale, si possa quasi “materializzare” e toccare.

E i bambini, che, fortuna loro, conservano ancora il gusto della concretezza delle cose, sentiranno certamente sollievo dal poter plasmare, un pò come i giochi che a loro piacciono tanto, emozioni complesse come quelle percepite ora.

Inutile far finta che non stia succedendo niente; mettere una coperta enorme sulle loro paure non li aiuterà a capire come si fronteggia una difficoltà. 

Vedere noi che teniamo il timone nuotando e parlando di quanto sia a volte faticoso, a volte avvincente, altre volte ancora noioso nuotare, invece, sarà un grande sollievo per loro.

Mi piace pensare che questo tempo storico in cui siamo bloccati in un confine stretto, in cui il raggio di azione per muoverci è veramente circoscritto a pochi metri quadri, faccia largo al “simbolo”, all’anima, creando un ponte tra il nostro corpo, le azioni e le emozioni.

Non possiamo correre via per fuggire da un dolore, scappare a comprare qualcosa, né entrare in un bar per fare un aperitivo “e non pensarci più”.

Dobbiamo “stare”, esserci, farci compagnia, attraversare quel mare e cucire tutte le parti di noi in aquilone bellissimo, pronto, prima o poi, a tornare a volare.

Non volerà lo stesso volo, semplicemente perché nessuno resta uguale dopo aver attraversato un mare denso come quello di questi giorni.

E come si cuce questo aquilone? 

Con il filo blu di quella volta che ho piantato con mio figlio il basilico sul balcone e gli ho insegnato che l’attesa è fatta di acqua, mani che si sporcano, sole e preghiere  che  il vento non sia troppo forte e la grandine non decida di scendere.

Con il filo  giallo fatto di tempere, pennelli, fogli e ritagli di giornale: le emozioni sono strane e possono, come i gas, prendere la forma dello spazio che le occupa.

E ancora, con il filo rosso di una storia inventata, di una fotografia che scatta un momento bello, banale, triste, un momento di cui proprio domani non ci si vuol dimenticare.

Il filo grigio, di quando nulla è al posto suo, ci butteremmo sul letto sventolando bandiera bianca ma poi la forza torna e, insieme a lei, anche l’invenzione dell’ennesimo gioco per rendere piacevole un compito da assolvere.

Il filo inconsistente delle bolle di sapone, che soffiano via i brutti pensieri o il peso della giornata trascorsa, quando è finalmente l’ora di un bagno caldo.

Il filo delicato di una parola gentile, che diventa una bussola che ti centra di nuovo, in mezzo al buio della tensione.

Il filo nero, che unisce la terra al cielo, perché questo tempo è pervaso di vita ma anche di morte ed è giusto che, almeno un frammento di tessuto si possa dedicare anche a questa trama.

Con i fili multicolore di quella volta che abbiamo riso, poi pianto, poi riso. Poi cucinato un dolce che non meritava una foto, che non aveva neppure un ingrediente pesato bene ma era buono perché lo avevamo fatto insieme.

Giulia Lotti, 

Psicologa-Psicoterapeuta.

Benessere psicologico delle famiglie e dei bambini a seguito delle restrizioni imposte dal dpcm per contrastare l’emergenza legata al virus Covid-19

Benessere psicologico delle famiglie e dei bambini a seguito delle restrizioni imposte dal dpcm per contrastare l’emergenza legata al virus Covid-19

 

 Sono una mamma di due figli sotto i dieci anni di età e una psicoterapeuta, che vive e lavora in provincia di Siena.

Vorrei portare l’attenzione sulla situazione delle famiglie italiane e sullo stato emotivo dei bambini dopo giorni di restrizioni certo doverose, vista la gravità della situazione.

Comprendo benissimo che stiamo fronteggiando una situazione che non ha precedenti e che ci vede innanzitutto muoverci nella primaria tutela della vita. 

Pur svolgendo una professione caratterizzata dalla relazione di aiuto e confrontandomi spesso con il dolore delle persone, posso solo vagamente immaginare la sofferenza delle famiglie che si sono viste mancare i propri cari, senza poter elaborare un graduale distacco, senza la dignità di una sepoltura. Senza un rito capace di dare conforto, dignità e sacralità a quello stesso dolore.

Se, però, è senza dubbio di primaria importanza la salvaguardia della vita, credo che, subito dopo, sia fondamentale preoccuparci dell’equilibrio psicologico delle famiglie, monitorando la loro capacità di far fronte al susseguirsi di giorni trascorsi ad occuparsi di figli che, soprattutto se piccoli, mantengono il pressante bisogno di muoversi, di fare esperienza diretta del mondo attraverso i propri sensi, avere un contatto con la realtà circostante, con lo scorrere del tempo e delle stagioni.

La scuola fa quel che può ma è chiamata, in questo momento, a mio avviso, purtroppo ad un compito più tecnico che pedagogico. 

Malgrado le insegnanti palesino a noi genitori questo bisogno di mantenere un contatto soprattutto emotivo con i bambini, nonostante fatichino ad affidare una lezione al canale telematico. E non solo perché sprovviste di strumenti tecnici ad hoc ma, soprattutto, perché manca loro un rimando, un feedback fatto di occhi curiosi o dubbiosi su cui erano abituati a tarare i propri interventi.

Io credo che l’istruzione, la pedagogia, la psicologia, lo stato in primis non possa andare avanti fornendo lezioni, interventi di psicoeducazione spicciola o ricette semplici per un benessere immediato, prescindendo dal parlare di quello che sta accadendo e sostenendo realmente le famiglie nel complesso compito di evitare che questa emergenza si depositi nelle tracce di memoria dei bambini, che poi sono gli uomini e le donne di domani, sotto forma di ricordi traumatici.

L’emergenza non resetta i conflitti, le difficoltà genitoriali, le molestie, la paura e l’inadeguatezza sperimentate fino ad ora all’interno delle mura domestiche.

Adulti impauriti, angosciati dal domani, dall’impellenza economica, dal timore di fare sempre più fatica a fare la spesa, non possono improvvisarsi docenti, cuochi, educatori, lettori di fiabe e quant’altro. 

O meglio, possono provarci se percepiscono dei gradi di sicurezza quali il tempo (quanto più o meno durerà tutto questo?), il sostegno di una rete esterna, piccole valvole di sfogo, micro finestre sul mondo circostante che ti tolgono, anche se per un attimo, dallo stato di prigionia in cui ci si sente talvolta.

Invece del tempo nessuno parla: la scuola, in teoria, dovrebbe ripartire il 3 aprile e nessuno parla di proroghe anche se è chiaro a tutti che, con buone probabilità, non ci sarà affatto una nuova partenza per quest’anno.

Del sostegno pedagogico, umano, ugualmente nessuno parla: nella maggior parte dei casi l’interazione con l’esterno comporta ad un genitore una somma di compiti da eseguire ma quasi mai la sensazione salvifica di un alleggerimento emotivo. 

E’ invece risaputo, anche a chi è distante dalle minime nozioni psicologiche, che gli esseri umani tollerano meglio gli eventi stressanti se possono contare su speranza e compagnia. 

Chi ha avuto anche una sommaria esperienza con i bimbi, sa quanto la mimica facciale di un adulto sia un vettore fondamentale per gli stati emotivi infantili. 

Inutile che la madre disegni tutto il giorno arcobaleni se la sua espressione facciale è tesa, se il figlio percepisce, negli occhi genitoriali, paura e sconforto.

Riguardo ai “piccoli spiragli sul mondo”, abbiamo avuto linee guida chiare per quanto riguarda la gestione degli animali fuori dalle mura domestiche ma nessuno mi pare abbia ancora tracciato chiaramente i limiti e le possibilità connesse all’uscita dei minori.

Posso accompagnare mio figlio a sgranchirsi le gambe, a ricordarsi con l’aiuto di tutti i suoi sensi, che sta spuntando la primavera, ovviamente nel rispetto delle distanze di sicurezza e rimanendo in prossimità della mia abitazione?

Molti si dimenticano forse che la maggior parte degli italiani vive in appartamenti piccoli, spesso neppure dotati di un balcone.

 E’ doloroso vedere che, con il tempo, i bambini quasi si abituano a questa costrizione, perdendo l’interesse per l’esplorazione, lo spazio verde, la curiosità.

E vorrei dimenticarmi ma il mio lavoro lo rende un pò difficile, delle molte situazioni in cui la casa non costituisce un nido sicuro ma un luogo pericoloso, caratterizzato da molte variabili e da un fluttuare di relazioni che poco spazio lasciano alla stabilità emotiva.

Vorrei che di tutto questo si parlasse di più, abbandonando i consigli che partono dal presupposto che gli italiani abbiano nuclei familiari idilliaci e preparati, senza sostegno, a fronteggiare emergenze di questo tipo.

Mi piacerebbe che si respirasse più attenzione e più rispetto verso chi non ha voce, verso un’infanzia che subisce senza possibilità di replica la superficialità di certe scelte.

Verso i bambini che, per l’ennesima volta, nella nostra società sono l’ultimo pensiero, dovendosi adeguare, nuovamente, ai bisogni degli adulti quando invece, la natura delle cose, vorrebbe l’esatto contrario.

Giulia Lotti

Psicologa-Psicoterapeuta

Nell’attesa che tutto riprenda a scorrere, i colloqui psicologici possono essere mantenuti, o richiesti per la prima volta, tramite modalità telematica.

Per Informazioni è possibile contattarmi al 349 6796612 o via mail giulia_lotti@virgilio.it

Le scelte e il rischio di sbagliare opzione

Mi viene spesso in mente una giornata al mare durante la scorsa estate.

Un giorno come tanti, fatto di giochi tra bambini e nuove amicizie sotto l’ombrellone nelle ore più calde. Una bimba cade, la mamma accorre e, nel tentativo di lenire quel dolore, chiede senza sosta cosa possa fare per lei, per farla stare meglio, per interrompere quel pianto.

La bimba non si calma, la mamma “alza la posta”. Inizia a fare promesse e proposte più impegnative, nella speranza di vederla sorridere ma quel dolore non smette, né cessa il pianto, a cui si aggiunge un’espressione confusa di occhi bambini che ora non sanno davvero cosa rispondere, cosa scegliere.

Osservo e mi dico quanto sia difficile, quando siamo dentro quel vortice di emozioni crescenti, di vuoti da colmare, di ansie che rosicchiano le nostre già bucate e poche certezze, comprendere che  non si può chiedere troppo alle nostre parti piccole.

Quelle parti, così come i bambini, sono presi dai giochi, dalle ginocchia sbucciate che bruciano, dalle assenze, dalle troppe presenze, dai sogni senza confini di spazio e di tempo, da paure di abbandono, ansie da separazione,  da un’io grande grande come il primo gelato dell’estate, dopo mesi di attesa.

I bimbi possono scegliere il gusto del gelato, il gioco da portare ai giardini, il compagno di banco, la canzone da mettere a ripetizione.

Non dovrebbero, invece, trovarsi a rispondere a domande cruciali come: “Dimmi cosa devo fare?”  , “Perchè sei così agitato?”, “Cosa pensi di mamma o papà?”, “Cosa è giusto per te?”, “Chi ha ragione?”.

Nè, si capisce, dovrebbero essere messi dentro un gioco a quiz nel quale sono chiamati a scegliere cose grandi (per loro è grande anche la scelta tra le scarpe blu o rosse, talvolta!) nel minor tempo possibile, sentendo che potrebbe succedere l’irreparabile, se sbagliassero.

Non capita niente di drammatico, se questo dovesse accadere, semplicemente un bambino difficilmente riuscirà scegliere ciò di cui non fa esperienza diretta, ciò che è solo una mera ipotesi.

E il genitore che delega al figlio tali scelte, si troverà facilmente su una barca dominata da onde incontrollabili.

Così accade anche quando lasciamo che a scegliere “cose da grandi” siano le parti piccole, più fragili, di noi stessi.

Ognuno, più o meno consapevolmente, custodisce dentro una parte di sé rimasta a giocare tra i giocattoli del passato.

Una parete a cui è mancato qualcosa, ha sperato in qualcosa d’altro, ha sperimentato solitudine, indifferenza, o magari, piccole e grandi umiliazioni.

Quelle parti hanno bisogno di un cerotto, di un abbraccio, di un gelato, di un amico di giochi, di un orecchio più grande in ascolto, di presenze: che non odorino di soffitte o fantasmi, però.

A quelle parti non possiamo chiedere se abbiamo scelto l’amore giusto, se siamo pronti a svolgere quel dato percorso, se il lavoro o lo studio che facciamo è davvero ciò che ci piace.

Non possono risponderci o, se lo fanno, potrebbero dirci poco più tardi che, però, era buono anche il gusto del gelato che non abbiamo preso, quel lavoro che anni fa rifiutammo o quel vecchio amore che allora sembrava invece la fonte di tutti i nostri guai.

Con loro, con i bambini che abbiamo dentro, è bene fare ciò che è mancato, motivo per cui si sono messi lì, vigili e fermi come sentinelle, ad attendere da anni che ciò che non c’era finalmente accadesse.

A loro dobbiamo la tenacia e la speranza che domani sarà ciò che oggi non è; a loro dobbiamo gratitudine e sarà bello non rifiutargli un gioco, un canto a squarciagola, un calcio ad un pallone, una corsa in bici o tutto ciò che, più o meno pazientemente, attendono.

Farà senza dubbio bene anche alle parti grandi di noi correre, saltare, nuotare, ridere, fare e farsi compagnia.

A loro, però, non facciamo scegliere le cose da grandi: finirebbero per confondersi, illudersi, ingannarsi.

Proteggiamo le nostre parti piccole, proteggiamo i nostri bambini e lasciamo alle parti grandi, agli adulti, il compito e la libertà di decidere ciò a cui un piccolo non ha ancora facoltà di dire “sì o no”.

I ricordi sono incontri con il “nostro bambino”

Sforno i biscotti, mi dico che sono per la merenda dei miei figli, che saranno felici di sentire quel profumo di spezie e pasta frolla in giro per casa, che mi abbracceranno e mi sorrideranno sfoderando  un sorriso incorniciato da buffi baffi di zucchero a velo.

Mentre impasto mi chiedo da chi abbia preso tutto questo amore per la pasticceria, per i profumi dolci che si sprigionano nell’aria e fanno della casa un luogo caldo e sicuro.

Poi penso che no, non ho quasi mai visto nessuno dei miei cari preparare dolci, né la mia casa è stata un luogo dove la protezione e il calore passavano tra i pori olfattivi attivati dal sentore di vaniglia e cannella.

Però la mia memoria torna all’immagine dei libri che mi leggeva la nonna, quando spesso mi ammalavo a causa di tonsille che di lì a poco avrebbero salutato quel mio corpo di bambina, liberandomi dai fiumi di antibiotico rosa fragola che ero abituata a mandare giù.

In quei libri c’erano case ricavate da tronchi di querce in boschi abitati da coniglietti, sempre indaffarati in piccole cucine dalle tendine a quadretti e tavoli di legno massiccio su cui era distesa la frolla, vicino a un matterello e stampini per i biscotti.

Ricordo che io mi tuffavo quasi dentro al libro, in cerca di un angolino da cui poter vedere scorci di vita familiare così piacevoli per me.

E così, oggi, mentre impasto e fondo cioccolata fondente, incontro quella bambina che, per prima, battendo sul tempo i bambini “in carne ed ossa” di questa casa, ha partecipato stupita all’incontro tra la farina, il lievito, la cannella e il limone grattugiato. I suoi occhi per primi hanno visto i biscotti lievitare in forno e le mani, insieme ad altre mani ormai adulte, hanno poi unito quei cerchi rotondi di impasto, mettendo al centro il ripieno.

Quella bambina si è divertita, si è scaldata gli occhi e il cuore, ritagliandosi, ancora una volta, un angolino in cui poter esistere, ricordare, respirare, ricevere ciò di cui aveva bisogno.

Anche in terapia i ricordi si incrociano, così come i bambini che stanno accanto ai “loro adulti” e che la memoria permette di far nuovamente esistere, nel qui ed ora di una stanza verde chiaro.

Quei bambini hanno voglia di fare biscotti, di correre veloci sulle giostre di un luna park rimasto immutato nel tempo, di cantare a squarciagola, di sognare un futuro da eroe giramondo, di dormire fino a tardi senza essere chiamato “buono a nulla”, di avere adulti pronti a vederli, accompagnandoli in ciò in cui trovano conforto.

Da quell’incontro tra adulti con la voglia di dar respiro ai propri bambini interiori, è nato l’ascolto di una poesia che, come molte altre che ho avuto il piacere di leggere, ha dato nutrimento alle parti piccole, ma non meno importanti, di noi, a cui troppo spesso diciamo di tacere.

E siccome i bambini, si sa, amano stare con i loro simili, chissà che leggendo tra queste righe, qualche altro bimbo si aggiunga alla fila di chi cerca un posto dove ciò che siamo stati possa tornare presente, trovando, stavolta, quel conforto che, per mille voli della vita, non era stato pienamente possibile allora.

 

Luna Park

Stanotte son io

di turno qui

al Luna Park.

 

Nel silenzio entro e lascio

come ultimo rumore

il suono del motore.

Si parte da lì o da qui?

Da una parte.

 

Di scopa e paletta

inizio la mia umile arte

io cancello non disegno

tolgo tracce di vita

per una piazza pulita.

 

Cammino spazzando

resti di bisbocce, sigarette

zucchero filato;

tutti ormai han rincasato

anche il tempo

ha preso l’ultima birra

e se n’è andato.

 

Intorno a me,

con gli occhi di un piccino,

i soliti giochi per piccoli e grandi

sembrano giganti

ora spenti in luci e rumori

ma accesi di vita

e di ricordi pulsanti.

 

Ancora poche bottiglie

qualche lattina

le solite sigarette.

Ho quasi finito qui al Luna Park.

Grazie luna per la luce.

Grazie tempo che ti sei fermato.

Grazie notte e silenzio.

 

Il domani di nuovo ridisegnerà

luci, rumori, caos,

bottiglie, lattine, sigarette.

Noi ci rivedremo quando tutto finirà

dopo mezzanotte

ancora qui

al Luna Park.

(E.B.)

Giulia Lotti, Psicoterapeuta

Solitudine di luna e compagnia di sole: la scoperta delle “parti”

 Ogni tanto guardo i miei orecchini. Quelli che mi furono regalati da una collega, alla fine di una lunga esperienza di lavoro insieme e che tante volte ho tirato fuori dal loro sacchetto blu, decidendo poi di metterli in un’altra occasione.

Non perché non mi siano piaciuti, tutt’altro. E trovai da subito coraggioso quel regalo, perché non siamo più piccolissime, eppure quel pensiero, quell’idea di dividere due coppie di orecchini e regalarle spaiate, mi sembrò più forte dei ruoli, dell’età che ci voleva “serie”, dell’ambiente non certo facile in cui ci eravamo incontrate e, a volte, dolcemente scontrate.

Tirò fuori quegli orecchini e mi spiazzò, in uno degli ultimi giorni che saremmo rimaste a lavoro. Mi colpì la timidezza e il pudore con cui me li consegnò (timidezza e pudore che di solito erano miei), accompagnati da un bigliettino che suonava più o meno così: ” -ho diviso quegli orecchini perché erano una coppia di soli ed una di lune. Li ho divisi in modo che potessimo avere ciascuna un sole e una luna, perché è così che mi sono immaginata noi in questi anni, profondamente diverse ma anche molto complementari”-.

Ed era vero, nessuna aveva spento il sole dell’una e nessuna si era sognata di dire che sentiva freddo nelle ombre dei paesaggi lunari dell’altra. O almeno così ho percepito io.

Non ci capivamo sempre, c’erano vicinanze e lontananze, ma sentivamo che l’una era capace di vedere e sentire cose che l’altra né vedeva, né sentiva…ed eravamo curiose di respirare questa diversità.

Quegli orecchini si facevano compagnia.

Ed è su questo che sto riflettendo da un pò..su queste tre parole che mi rincorrono all’interno delle trame dei racconti dei miei pazienti e nello scorrere delle mie cose: parti, solitudine, compagnia.

Parti. Siamo fatti di molte parti e il mio lavoro è dedicato proprio a dar visibilità a quelle parti, dignità di esistere, sentendo dove si sono perse per strada, a chi non piacevano o in nome di cosa le abbiamo riposte in soffitta. Vedere insieme le “parti”, mentre, chi si siede nella mia stanza verde acqua, è proteso a portare solo un pezzo, quello più scomodo, quello che adesso fa male, non fa dormire, non fa uscire, non fa respirare e un sacco di altri “non” che sanno di limite, divieto, spalle al muro e percorsi in salita al cui termine c’è scritto un beffardo “nulla di fatto, riparti e ritenta”.

Lo so che può sembrare dissonante, stridente rispetto al problema portato dalla persona, ma è proprio quando si possono iniziare ad esplorare altre parti, senza nulla togliere a quella più consistente in cui ci identifichiamo, che non sentiamo più così paralizzante la solitudine.

E così, la rabbia lascia posto anche al desiderio di tranquillità, l’espressione del volto tesa e seria alla voglia di sorriso e leggerezza, il fiato corto dell’ansia al bisogno di fermarsi, ora, e sentire che non tutto è risultato, compito, prestazione o misura di valore, ma anche e semplicemente vita, con le sue onde basse e alte su cui cerchiamo di tenerci in equilibrio, ricordando, però, che il nostro “essere nel mondo”, non dipende necessariamente dal cronometro che ci ha indicato per quanto tempo hai resistito senza cadere.

E ancora, chi è abituato a “ridere sempre e arrendersi mai”, può finalmente aprire la porta a parti di tristezza, di fatica, di dolore. E sentire che non è meno valoroso se ogni tanto è triste, che non perde punti, o meglio, non più perché il genitore che accoglie queste parti, semplicemente rispondendo “eccovi, vi vedo”, adesso può essere lui.

E chi è triste, sentire il sollievo di un respiro leggero, dicendosi che non perde la bussola se, in mezzo alla confusione che sente, prova ad allentare la morsa con un sorriso, che non è superficialità ma affidarsi a quell’onda che, a volte, ci trasporta senza che ci sentiamo in obbligo di tenere tutto seriamente sotto controllo.

E quel bussare alla porta di parti nuove, che poi sono parti antiche, odora di festa, di compagnia. 

Non ci sente più soli se possiamo, anche accompagnati, anche solo per pochi istanti, sentire che ogni pezzetto ha dignità di esistere, senza che nulla cambi nell’immagine di noi.

Ecco perchè, se pur professionalmente a volte necessarie, odio le etichette diagnostiche.

Perché se io sono “l’ansioso” cercherò fuori “il calmo”, se sono “il timido”, vorrò accanto a me “un estroverso”,  o ancora, se sono “il depresso”, cercherò disperatamente uno “con il sorriso stampato in faccia”..e via di seguito, parti dopo parti, frammenti dopo frammenti.

Far spazio alla calma in mezzo all’ansia, al sorriso dentro la tristezza, al movimento dentro la rigidità, è qualcosa di molto più profondo, che nasce da dentro e che dà ossigeno, possibilità di esistere, e far esistere, più parti di noi. Ricordandoci anche che abbiamo tutto dentro: gioia e tristezza, noia e divertimento, coraggio e paura, rigidità e morbidezza, rabbia e serenità, pudore e sfrontatezza.

Oggi ho finalmente messo quegli orecchini e ho capito forse il perché non lo avevo fatto prima. Non volevo prendere il sole in prestito, volevo sentirlo dentro…insieme all’immagine della luna che, anche quando c’è ancora luce, inizia ad intravedersi nel cielo e, se tu non ti ostini a pensare che è ancora giorno, puoi scorgere la magia della notte.

Giulia Lotti

Psicoterapeuta

 

 

Il senso del tempo nel tempo moderno

In terapia si crea spesso una  sincronia per cui iniziano a circolare pensieri, stati d’animo e immagini che risuonano e si propagano, in un girotondo sempre più ampio e variegato.

Mi succedeva così nei quattro anni di terapia di gruppo, fatta con i miei colleghi prima e amici poi, nel periodo della scuola di specializzazione. 

Mi succede ancora oggi nelle ore di terapia: un paziente solleva una riflessione e questa, un pò come fosse un profumo, rimane lì nell’aria all’ora successiva e un altro la respira, e poi ancora…fino a diventare un pensiero che accoglie l’anima e la mente di tutti i viaggianti.

Questa settimana, ha risuonato forte il tema del tempo, sentito dai più giovani come un qualcosa che scorre velocissimo e ti frega, se non ti fai trovare pronto, svelto, lucido, all’altezza delle aspettative.

Nella mia testa, mentre faccio la spesa, saluto persone che aprono varie finestre nei miei ricordi, sventolano, come panni stesi ad asciugare, alcune di queste frasi.

-“Hai presente la pubblicità prima della musica su YouTube? Spesso inizia con una frase, pronunciata alla velocità della luce: devo dirti tutto nei prossimi 10 secondi. 

Ecco, a volte, quando incontro qualcuno che mi piace, sento proprio questo. Di dover dire tutto e tirare fuori la parte migliore di me in pochi attimi, perché poi chi mi sta di fronte se ne andrà, sarà magari attratto da un’altra foto, da una nuova storia di Instagram”-.

E ancora, mi viene in mente quando, con un altro giovane paziente, abbiamo dato spazio alla paura che un messaggio vocale, arrivato veloce al suo destinatario, spogliato di occhi, mimica e un respiro che potesse fargli compagnia, attenuandone magari i toni, potesse aver messo una distanza insanabile.

Quegli occhi impauriti, durante la terapia, mi hanno detto ad un certo punto: -“Giulia non so se puoi capire, ma oggi è così: ci si gioca tutto in un attimo e con tanti, forse troppi strumenti…”-.

E’ vero. Realizzo che tutti i miei rapporti profondi sono nati, in effetti, corredati di contatto umano, cartaceo, oculare; insomma con una persona lì davanti con cui si litigava, ci si spiegava, ci si amava, ai ritmi che, più o meno, dettavamo noi.

Realizzo anche che la differenza tra me e questi giovani pazienti è soltanto di 15 anni. 

Che salto enorme, in così poco tempo, abbiamo fatto nel modo in cui si costruiscono i rapporti, si costruisce noi stessi!

Del resto, tra i miei figli ci sono solo 4 anni di differenza, eppure mi accorgo che la velocità dei tempi moderni rende sempre più difficile alle nuove generazioni farsi leggere un libro in santa pace, andare in bici senza pensare a cosa verrà dopo, leccare un gelato senza preoccuparsi di cosa si mangerà a cena.

Velocità, capacità di impiegare il cervello in molteplici attività contemporaneamente, dicono.

Anestesia emotiva, incapacità di “stare”, di farsi compagnia, di tollerare il poco buono e di sentire pienamente il buono, penso io.

E poi mi viene in mente l’estate passata. 

I quasi 5 anni di convenzione come libero professionista per il Ministero di Giustizia stavano per terminare. Avrei dovuto passare le ferie a studiare per il nuovo concorso. E così ho fatto, cercando di essere mamma di giorno, tra castelli di sabbia, bagni al mare e gelati e lavoratrice dopo cena quando, messi a letto i bambini, scendevo nel giardino del residence dove eravamo, per studiare fino a tardi.

Dovevamo rifare tutti il colloquio, che avessimo già lavorato in istituti penitenziari o no non faceva la differenza. Nessun punteggio in più per l’esperienza pregressa. 

E va bene, mi dicevo…è per dare a tutti, in questo tempo di precarietà lavorativa, una chance di poter esercitare la propria professione. Se non giusto, mi pareva almeno comprensibile.

Faccio il colloquio. Nulla da eccepire. “Complimenti dottoressa – mi viene detto-, ha fatto davvero un buon orale”.

Ingenua, mi lascio cullare da quella soddisfazione, che mi ripaga, in parte, dello “sdoppiamento di personalità” vissuto durante le ferie. Mi scorrono davanti le immagini di me, al settimo mese di gravidanza, a fare ancora colloqui, relazioni e  gruppi in carcere perché così mi pareva giusto.

Poi alle domeniche passate a mettere a punto il necessario per la presentazione della mostra del percorso di espressività artistica, un altro giorno di festa sottratto ai miei figli per correggere una relazione e pensavo: questo tempo verrà ripagato.

Poi escono le graduatorie…sono più in basso, e di un bel pò, rispetto al bando precedente, di 5 anni prima, quando ancora negli istituti non avevo lavorato.

Strano, il colloquio era andato molto bene, l’esperienza maturata dove avevo lavorato pareva contrassegnata da un buon rimando. 

Eppure non sarei potuta rimanere lì, casomai andare all’isola d’Elba, passare lì parte della settimana, perdere così il resto del mio lavoro in libera professione, vedere poco i miei figli, una dei quali era la stessa portata in grembo per tutta la gravidanza mentre lavoravo in una Casa di Reclusione.

Si aprono di fronte a me due strade e, sorrido mentre lo scrivo, le ho percorse entrambe ma sono felice di essere, adesso, con tutta me stessa sulla seconda.

La prima è fatta di rabbia, polemiche più o meno giuste, domande, richieste di chiarimenti, speranza di ottenere, nel tempo, una sede lavorativa più vicina.

La seconda, fatta dal respirare il senso di libertà provato nell’avvertire che quel tempo non era più il mio. 

La consapevolezza che se un treno va troppo veloce o in una direzione sbagliata, possiamo quasi sempre dirci di scendere.

Quando io sono scesa da quel treno, per esempio, mi sono sentita non poco smarrita. Mi sembrava di aver dato tutta me stessa a luoghi  e a meccanismi che non so quanto, a conti fatti, facessero per me.

Poi, però, ho fatto spazio alle tante cose che, da quel treno in corsa, non avevo visto: dalle pareti azzurre del mio studio, ai disegni e alle frasi che ci lasciano sopra i miei pazienti, all’amore per la scrittura, per i libri, per le torte, agli occhi dei miei figli, in cui mi perdo, ogni volta, come il viaggio più prezioso che la vita mi abbia offerto di fare.

Per cui, giovani e meno giovani pazienti, a voi auguro di sentire se il tempo in cui siete stringe, soffoca o appare estremamente dilatato. E di dare credito a questo vostro sentire, trovando il vostro passo. 

A camminare al giusto ritmo, infatti, si respira a pieni polmoni e si vedono cose che riempiono il cuore.

Giulia Lotti

Psicologa-Psicoterapeuta

La fiducia è un seme che germoglia

Come ogni altro lavoro, anche quello dello psicoterapeuta prevede aggiornamenti e formazione costante. 

Per questo, e per molti altri motivi, i terapeuti partecipano a momenti di scambio o, come si dice in gergo, “supervisione”, con colleghi più esperti, di terapia e di vita.

Il mio supervisore abita a Firenze e ha una terrazza assolata che ospita infinite specie di piante, di varie famiglie ma il numero di quelle grasse è, a colpo d’occhio, preponderante.

Non colpisce la bellezza dei vasi che le ospitano o la particolarità dei colori dei fiori ma la loro vicinanza. 

Separate l’una dall’altra ma al tempo stesso vicinissime, godono dello stesso sole, della stessa pioggia, della medesima ombra e di eque cure di manutenzione, ognuna secondo le specifiche necessità, ovviamente.

Eppure, ciascuna ha un punto di verde diverso, foglie più o meno idratate, fiori in attesa della loro fioritura, fiori discreti, fiori orgogliosi che guardano verso il cielo, semplicemente nessun fiore in altri casi.

La maggior parte ha subito fortuiti e fortunati ripescaggi, trovate adagiate vicino a cassonetti: nessuno aveva avuto fiducia in una loro possibile nuova fioritura e aveva pensato che quello potesse essere il posto giusto,  in fondo  non profumavano più ed erano ripiegate su se stesse, dimenticando di splendere fiere verso il cielo.

A guardare quelle piante dalla porta finestra dello studio, o a stare in mezzo a loro quando il tempo offre il privilegio di fare supervisione sul terrazzo, sembra di vedere tanti piccoli esseri grati alla vita, al sole, all’acqua, alla compagnia dei loro simili, a quelle mani che, instancabilmente, non si stufano di far fare ai vasi giri di danza, in cerca del punto più luminoso, o più in ombra, o più facilmente raggiungibile dalla pioggia, al variare del bisogno e delle stagioni.

Ma quando lascio quel terrazzo, il mio supervisore pensa che una di loro possa lasciare con me quello spazio e provare a fiorire altrove. 

E’ un cactus, potrebbe pungere, ma anche fiorire, se ne ha voglia, facendo spuntare, tra le spine, fiori che nascono di notte e non durano moltissimo ma, se ti svegli presto, dice lui, puoi ancora coglierne la bellezza.

Mi dà solo tre avvertimenti il mio supervisore, prima di affidarmi la pianta: avvisa i tuoi bimbi che punge davvero, cercale un posto ben al sole, bagnala poco.

Ad essa, nel congedo dopo l’ora di supervisione, se ne sono, con il tempo,  aggiunte altre tre, che ho portato prima in macchina con cura e poi collocato in giardino, in modo da vederle e da farle raggiungere dalla giusta dose di luce ed ombra.

Sapeva che non ero esperta di piante, sorrideva infatti quando al telefono cercavo di descriverne le evoluzioni, le possibili future fioriture con un gergo non propriamente tecnico, tanto da rendermi a volte quasi incomprensibile.

Mi sono chiesta perché lo facesse, se avesse in fondo paura che quegli esseri, a cui aveva dato altro respiro, potessero cessare di esistere con me, a causa della mia distrazione e inesperienza.

Un giorno, mentre le ho messe tutte vicine sul prato del mio giardino, diverse che più di così non si può, ma così sorelle come sul terrazzo di Firenze, dove avevano iniziato a ossigenarsi nuovamente, ho capito che la fiducia non è successo sicuro, non è certezza, non è mai una scommessa facile, né con se stessi, né con gli altri.

E quelle piante, così come la fiducia in generale, non mi sono state date per le mie competenze, per la sicurezza che non avrei mai sbagliato con loro, ma per la sensazione che avessi percepito ogni fatica e ogni gioia di quelle radici che tornavano a tenersi in piedi, insieme all’affetto della persona che, con il sole, l’acqua e  tutti gli elementi, aveva compartecipato a questo piccolo miracolo.

Per cui mi piace pensare che possiamo darci fiducia, e darne ai nostri figli o a chi amiamo, non tanto per la certezza che sia senza dubbio ben riposta, che lo sbaglio sia un’ipotesi remota, ma per la consapevolezza di avere tutti, anche chi sembra ormai da rottamare come le piantine del cassonetto, radici fatte di limiti e risorse, pori chiusi e pori aperti al mondo, mani capaci di dare cure e di riceverne.

Da qualche tempo lascio che mia figlia, di quattro anni, porti a passeggiare Sam, una tartarughina che è al suo secondo risveglio, dopo il letargo.

Ha il guscio ancora troppo morbido per abitare in giardino senza rischi ma ha tutta la curiosità e la voglia di esplorare delle giovani vite.

Insieme girano per il giardino, mangiano melone, incontrano le tartarughe grandi e le bambole di pezza abbandonate qua e là e ridono, soprattutto ridono, e il fragore della risata di un figlio è la certezza che, difficilmente, quella fiducia, potrà essere mal riposta.

Giulia Lotti

Psicologa, Psicoterapeuta